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martedì 4 gennaio 2011

✖ I Riti di Gennaio ✖



Feste dal Calendario Pagano
01 gennaio . Festa di Giano.
06 gennaio. Festa di Iside. Festa di Holla, di Frigg e di Fulla. Festa di Berchta. Battesimo di Osiride. Festa dei miracoli.
07 Gennaio. Festa di Skmet
09 gennaio. Festa di Selene.
17 gennaio. Festa di Odino.
21 gennaio. Giorno del Sorbo
29 gennaio I giorni della Merla
31 gennaio. Grande Sabba di Brigit. Festa di Brigid


Gennaio:
Mese di Janus, Dio dei nuovi inizi.

Non ci sono particolari riti per questo mese, almeno non ne ho nota. Ma essendo l'inizio dell anno, mi sento di consigliare pulizie profonde se nel caso non abbiate provveduto prima della fine di Dicembre, cosa che sarebbe stata meglio, visto che è usanza non lasciare mai nulla in sospeso tra un anno e l'altro.

Potreste nel caso ve ne foste dimenticati, provvedere a pulire la vostra stanza con particolare cura per il posto dove praticate il "vostro tempio". Una semplice miscela di erbe da bruciare o un acqua purificante dovrebbero bastare a riassettare il vostro spazio per l'anno che viene. Non dimenticate la vostra pulizia personale. Non solo fisica ma anche mentale.
Il nuovo anno è iniziato, perché non ricontrollare i propositi scritti a Yule e magari aggiungerne di nuovi?
In fine da qui a 30 giorni una nuova festa si avvicina, quindi preparatevi mentalmente per questo passaggio imminente.



Rito di purificazione spirituale per la casa


1 tazza di bicarbonato di sodio
1 cucchiaino di sale marino raffinato
1 cucchiaino di polvere di basilico essiccato
5 gocce di olio essenziale di limone
10 gocce di olio essenziale di lavanda

Mescolare in una ciotola e schiacciare tutti i grumi formati dagli oli essenziali quindi Versatelo in uno spruzzino o in una ciotola con dell acqua di sorgente. Passeggiata intorno alla vostra casa spruzzando un leggero strato su tutti i vostri tappeti e scale e sulla moquette. Non solo pulirete magicamente il tappeto, ma si eliminano anche gli odori Lasciate riposare per 10 minuti e poi pulite bene.



Capodanno 1 Gennaio

Per augurare un dolce e fortunato anno nuovo regalate un vasetto di fiori secchi sotto miele ed un rametto di alloro.
In queso periodo i romani si scambiavano questi doni che venivano chiamati "Stranae" e in alcune occasioni consistevano in una moneta con il volto del Dio Giano in un lato e di una nave nell'altro.
Festa dedicata all Dea Strenia (sabina) dea del nuovo anno il cui alloro era sacro.
La sera precedente come da tradizione fate gli auguri a parenti e amici offrendo una bevanda a base di sidro o birra speziata chiamata "Wassail", propizia la salute e la fortuna per il nuovo anno.
Altra tradizioni riguarda gli sposi a mezzanotte...che come buon auspicio bevono questa bevanda alternandosi sia da un calice solo che da due che si scambieranno ad ogni sorso.
Inoltre la coppa utilizzata per bere il Wassail deve essere decorata con nastri colorati e va conservata in mezzo ad un cerchio di mele già preparato sul tavolo.
In scozia c'è una tradizione popolare dei venti...ovvero... Vento del Sud porterà caldo e fertilità; Vento dell'ovest latte e pesce; vento del nord freddo e tempesta; vento dell'est frutti sugli alberi.


Festa di Janus. 1 Gennaio

"Janus, sebbene tu cominci ogni anno fugace e rinnovi le lunghe ere laddove tu appari, nonostante voti ed incensi ti vengano offerti piamente ed i consoli comincino ogni anno lasciando offerte ai tuoi piedi" Marziale,8.8.1-5


Theodosia- Il dono divino. 5 gennaio

Giornata dedicata a Dioniso quale dispensatore di gioie e ricchezze.
In antichità nel tempio dedicato a Dioniso sull'isola di Andros in Grecia, l'acqua della sacra fonte a lui dedicata prendeva sapore di vino.


Festa del ritorno del sole. 7 Gennaio

In questo giorno come usanza Norvegese si festeggiava il ritorno del sole.
La padrona di casa beveva un sorso di birra seduta davanti al focolaredopodichè ne versava un poco bnel fuoco dicendo "che il mio fuoco sia tale che neppure l'inferno sia cosi alto o più caldo"... seguiva il brindisi con la famiglia.


Festa di Sekhmet 7 Gennaio

Una delle dee nutrici e protettrici dell'allattamento, signora della medicina e delle battaglie, originaria della citta' di Memphis, spesso raffigurata con corpo di donna e testa di leonessa.
Sekmet significa “la Potente”, e ha nel suo nome la stessa radice dello scettro reale Sekhem. Un altro titolo egiziano per Sekhmet è Nesert, la fiamma.

Sekhmet appartiene alla triade di Menfi: Ptah/Sekhmet/Nefertum, dove Ptah è il creatore delle cose buone (la formazione e la composizione), Sekhmet è la distruttrice delle cose cattive (la dissociazione e la scomposizione), Nefertum è la riaffermazione, la ricostruzione di ciò che è buono (la reintegrazione, la riedificazione, la ricomposizione).

Sekhmet è la distruzione di ciò che non può durare, che non ha stabilità. In questo senso è il Tempo, che divora tutto quanto gli appartiene.

Secondo il mito, Ra, il dio sole, deluso del comportamento del genere umano, mandò Sekhmet, il suo occhio divino, a impartire una punizione agli umani ma la Dea, una volta iniziato, continuò a distruggere gli uomini senza che nessuno potesse fermarla. Allora Ra, mosso a compassione, fece inondare i campi di birra mescolata con una sostanza rossa che le dava la sembianza di sangue; Sekhmet, assetata di sangue, bevve, si addormentò e cessò di distruggere il genere umano...

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In Egitto, Sekhmet era onorata come dea della guerra, associata al potere distruttivo del Sole, all'occhio solare che brucia e giudica. Avversaria spietata sul campo di battaglia, Sekhmet incarnava la forza e il coraggio della leonessa.
Tuttavia, non era vista solo come icona di guerra ed occhio vendicativo del dio del Sole: i sacerdoti erano soliti praticare in suo nome un genere di magia simpatica per guarire le infezioni e le malattie. In questo ruolo, Sekhmet era conosciuta come “la Signora di Vita”, dea della medicina, con potere di dispensare o scongiurare le malattie, e molti dei suoi sacerdoti erano medici.
Per arginare le pestilenze si effettuavano, invocandola, rituali su grande scala in tutto il paese. Durante il regno di Amenhotep III, sono state scolpite centinaia di grandi statue di Sekhmet, forse in occasione della sconfitta di una peste particolarmente virulenta.

Sekhmet sembra essere stata una divinità assai complessa: per i faraoni era un simbolo della loro riuscita in battaglia, della loro prodezza, ma era anche adorata come madre delicata e protettiva, dea dell’allattamento (è nota un'associazione Sekhmet-Hathor).
Nel Libro dei Morti Sekhmet ha un ruolo importante durante il giudizio della probità dell’anima in esame.

Sekhmet è connessa con la potenza solare che, attraversando la spina dorsale, Djed, porta l’illuminazione.

Al giorno d'oggi, molte donne considerano Sekhmet come fonte di resistenza, indipendenza e affermazione, quando hanno la necessità di aumentare o infondere in sé questi attributi.
In molti sensi Sekhmet si è trasformata nel simbolo della donna moderna: è ancora molto importante come dea della medicina, portatrice di giustizia e come guardiana o protettrice, ma l'enfasi si è spostata sui suoi aspetti più attuali.

Devozione alla leonessa: dea di collera e AFFERMAZIONE DI SÈ


Brucio e fumo e lancio coltelli dai miei occhi e ruggisco
(benchè tiriate la mia coda),
i miei aspetti sono taglienti ed ho graffiato in profondità,
la mia energia è forte e feroce,
ed il mio fastidio ha necessità di essere espresso.
Benché a volte delicata, io posso essere molto intensa.
Una volta risvegliata sono difficile da escludere:
sono sempre appropriata, sempre necessaria.
Non provare ad eliminarmi,
devo essere sentita... riconosciuta:
sono Leonessa.


La Leonessa salta nella nostra vita, per liberare i nostri istinti primari in maniera positiva e, in quest’ottica, per aiutarci ad affrontare la collera, nostra ed altrui.

La collera, vostra o di qualcun altro vi rende la vita difficile?
Disprezzate la vostra rabbia perché vi hanno insegnato che è disdicevole?
Oppure la rabbia che esprimete è eccessiva, troppo fuori controllo?
Inversamente, avete così tanto represso la collera e ve ne siete così tanto distaccate che ora non siete più in grado di esprimerla?
Magari vi sentite "costrette" nei ruoli sociali attribuiti alla donna?
Qualcuno vi sfrutta o non vi rispetta?
Siete in una situazione di “gabbia”, reale o interiore?
Siete stanche della responsabilità?
Avete un compagno che è - o fa - il leone?
Avete un branco di “cuccioli dipendenti” nella grotta?

La leonessa Nyavirezi ci racconta che la nostra aggressività fa parte della nostra struttura di donne. Ci chiede di non rigettarla ma di imparare a esprimerla in senso misurato ed efficace, comunicandola in modo che non possa essere ignorata, ma senza che diventi devastante.
Impariamo a convogliare i nostri segnali di collera interiore in comunicazione ed espressione; trasmettiamo agli altri la spiegazione del nostro malessere, mettiamo dei paletti alle aggressioni quotidiane, alle mancanze di rispetto, allo sfruttamento.
Il nostro percorso vitale sarà più sereno quando non ci faremo “pestare la coda”, utilizzando la rabbia come nostro alleato che ci avverte.
Ogni giorno ricostruiamo la nostra riserva di energia vitale che ci serve per nutrire e sostenere il branco. E’ una grande fatica e una responsabilità e, quando il branco se ne approfitta o siamo stanche, abbiamo il diritto di ruggire e segnalare che non siamo inesauribili!!!


E comunque, dovremmo avere più spesso il diritto di correre libere e ruggire sotto le stelle della savana, esprimendo la solare, calda, potente, flessuosa, attenta, responsabile e fiera leonessa che è in noi

Il rito della Leonessa

Suono di tamburi tribali. Notte calda, stelle, luna piena oppure, all’inverso, solleone e arsura.
Cercate assolutamente di essere all’aria aperta, ci deve essere spazio: bene un prato, un campo. Se proprio non potete trovare un posto all’aperto, ripiegate su una stanza abbastanza grande e sgombera, per potervi muovere.
Scegliete con cura la musica, un ritmo africano, in crescendo e animato, meglio se suonato dal vivo. Scegliete il brano con cura. È bene accendere un fuoco o almeno una candela.

Invocate Nyavirezi, chiamandola dalla direzione del Sud, del Fuoco.

Si comincia con la posizione del felino addormentato, sdraiatevi a terra su un fianco e quando comincia la musica iniziate con stiramenti, strusciamenti contro un tronco, una roccia (l’angolo del divano), sbadigli… la coda è già spuntata… si muove piano, flessuosa. Con fluidità di movimenti vi sollevate bocconi, mani e ginocchia in terra, stirate le zampe anteriori, una per una, poi le posteriori, all’indietro. Inginocchiate a quattro zampe, sul ritmo del tamburo inarcate e flettete la schiena, uno, due, uno due… fin quando il ritmo entra nella pelle.

In piedi ora: recuperate le vostre vere gambe di donna ma mantenete la coda e le zampe anteriori e la testa leonina.
Il tamburo incalza, lasciatevi andare, muovete i fianchi, graffiate, ruggite. Gli occhi sono felini e magnetici, il corpo è forte e orgoglioso, la mente veloce.

Se siete sole è ora di andare a caccia.
Date forma ai vostri desideri e alle vostre necessità, vedeteli come prede sparse nella savana. Piano, in silenzio, avvicinatevi sottovento. La preda è lì per voi, vi spetta di diritto, siete la regina: avete facoltà di prendere ciò che veramente vi occorre. Scattate in velocità, correte lunghi passi raccogliendo e distendendo le zampe, balzate con precisione, afferrate strettamente… godete la vittoria!

Se invece c’è con voi un compagno che ha voglia di fare il leone (forse meglio in questo caso stare al chiuso!), iniziate la danza d’amore, mordete, arretrate, balzate di fianco, scartate, offritevi e negatevi… è la leonessa che conduce il gioco sottile.
Decide lei come andrà a finire…

Potete continuare il gioco in molte situazioni: con le amiche formando un branco solidale che danza e caccia in allegria, con i vostri figli-cuccioli rotolandovi con loro sul lettone o in spiaggia, vestendo una istantanea pelle di leonessa quando il vostro capufficio vi sta umiliando (non occorre rispondergli, se siete connesse con la Dea, basterà inviargli un felino sguardo di ammonimento), oppure quando vi viene alle labbra un sonoro “mavaffàn…” e invece lo trasformate in un vero ruggito di avvertimento, quando vi annoiate a fare la spesa nel megacentro commerciale e il fustino per la lavatrice al prezzo migliore diventa una preda da stanare.
L’importante è “sentirsi” nella pelle della leonessa, fare appello alla propria regalità, alla propria determinazione, al proprio potere interiore.
Dopo non sarà difficile, con le parole o senza, chiedere di essere considerata Leonessa anche da quelli che vi amano.
Con rispetto.


Agonia- Festa di Janus e Jana.9 Gennaio

Janus, Dio che apre i cancelli celesti all'alba e li richiude al tramonto... si crede che lui e la sua compagna jana fossero la prikma coppia di divinità Sole/Luna fino a quando non vennero sostituiti con altri Dei...
E' il dio delle porte e delle entrate e va invocato prima di pgni altro per favorire l'inizio di imprese di ogni genere.
In suo onore si offrono focacce (chiamate iannuali) fatte con formaggio, farina, latte ed olio (bruciatele nel fuoco rituale), unitamente a chicci di farro e sale.
Queste offerte erano per un buon raccolto, ma non solo.. possono essere fatte anche per propiziare varie situazioni o per un anno fruttuoso.


Festa in onore di Giunone. 18 Gennaio

"Vieni, o massimamente casta regina dei cieli, appari in vesti regali e manifesta con un cenno il tuo consenso al vino che viene versato ed i dolci che, in alta pila, ti attendono.
Con te porta ogni erba per fare cessare il dolore e canzoni placanti da cantare". Tibullo, IV.6.1 ss.


Paganalia. Dal 24 al 26 Gennaio

Si offrono a Cerere e Tellus torte salate al farro, latte.


Giorni della Merla.29 Gennaio

.. e veggendo la caccia,
letizia presi a tutte altre dispari,
tanto ch'io volsi in sù l'ardita faccia,
gridando a Dio: "Ormai più non ti temo!"
come fé il merlo per poca bonaccia...
Sapia senese
in Dante, Purgatorio, XIII, 119 - 123


Racconta la leggenda che un tempo i merli erano tutti bianchi: così comincia la leggenda della Merla che, nelle sue varie versioni, segnala uno dei dì d'la marca, dei giorni di marca, giorni indicanti alla comunità rurale la posizione all'interno della Ruota dell'Anno.
Particolarmente diffusa nella Pianura Padana, lungo il Po, la leggenda del merlo appare anche in una citazione dantesca sempre in riferimento alla morale della leggenda che vede l'uccello ingannato dal clima rigido di gennaio.
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Il merlo, Turdus merula, è un uccello che in Italia tende a non migrare rimanendo in loco per tutto l'inverno.
Anticipando le prime avvisaglie di primavera, il canto del merlo può essere ingannatorio: non sempre infatti segnala che il caldo si stia realmente avvicinando.
Un proverbio romagnolo infatti ricorda: Merlo, di marzo non cantare, che il becco ti si potrebbe ghiacciare. Lascia che canti la tordella, che lei non ha paura di nessuno (Mèral, ‘d mêrz no’ cantê’, che e’ bëc u t’ s’ po’ agiazê. Lëssa ch’e’ chénta e’ ragiôn che lo u n’ha pavura d’inciôn).
A Bologna dicono Quand canta al mérel, a san fóra dl’invéren (Quando canta il merlo, siamo fuori dell’inverno).
I giorni della merla sono, secondo la tradizione, gli ultimi tre giorni di gennaio: il 29, il 30 e il 31 (benché per alcuni siano il 30 e 31 gennaio e il 1° febbraio).
Sono considerati i giorni più freddi dell'inverno, ma nell'eventualità che non fossero proprio freddi indicherebbero in quest'occasione che la Primavera arriverà tardi.
In questo senso ricordano molto l'uso della fase della luna e l'uscita dell'orso dalla tana come metodi per prevedere il clima: previsione che va fatta pochi giorni dopo ai Giorni della Merla, ovvero alla Candelora.

LE LEGGENDE

IL MERLO BEFFATO
Durante un qualsiasi mese di Gennaio, quando ancora durava 28 giorni, un Merlo sopravvisse al rigido freddo invernale e giungendo indenne alla fine del mese pensò di aver superato le asperità di Gennaio: così uscì baldanzoso dal nido cantando: "Più non ti curo Domine, che uscito son dal verno!".
Gennaio si risentì talmente tanto, permaloso com'era, che si allungò prendendo in prestito tre giorni a Febbraio e scatenando bufere di neve.
Il Merlo si rifugiò allora in un camino dove restò al riparo per quei tre giorni. Quando ne uscì era nero nero e così rimasero tutti i merli e le merle del mondo.

LA BIANCA MERLA
Ai tempi in cui Gennaio aveva 28 giorni ed i merli erano bianchi, una Merla coi suoi piccoli veniva continuamente strapazzata dal freddo che il mese sadicamente le mandava addosso ogni volta che lei tentava di uscire dal nido per procacciarsi del cibo. Stanca di questo trattamento un inverno la Merla fece sufficienti provviste per giungere alla fine del mese. Proprio in quell'ultimo giorno, pensando di aver ingannato il gelo l'uccello uscì dal suo nido a cantar vittoria.
Gennaio permaloso per vendicarsi prese in prestito tre giorni a Febbraio e sferzò gelo e neve tanto che la Merla ed i suoi piccoli per salvarsi dovettero rifugiarsi in un caldo comignolo. Quando ne uscirono erano neri di fuliggine, ma per la gratitudine di essere salvi rimasero neri per ogni generazione futura.

MERLO E MERLA
Una coppia di merli soffrivano la fame a causa del freddo Gennaio, il maschio vedendo la sua compagna giunta allo stremo delle forze decise di uscirre dal nido in cerca di cibo.
La ricerca nel freddo del mese fu così dura che tornò dopo tre giorni ma la Merla, per stare al caldo, si era rifugiata nella canna di un camino. Quando il merlo la incontrò vide solo un uccello nero nero e non la riconobbe: così ripartì per cercarla. Lei morì di fame e di stenti.

MERLO E MERLA: GIOVANI SPOSI
Merlo e Merla sono due giovani sposi che, sposandosi come di tradizione nel paese della sposa che si trovava oltre il Po, sono costretti ad attraversare il fiume per giungere di ritorno nella loro casa.
Dopo aver atteso ben tre giorni dai parenti in attesa che le condizioni climatiche migliorassero e visto che non vi era nessun cenno di miglioramento, decisero di attraversare a piedi il fiume che, dato il gran freddo, era ghiacciato.
Purtroppo Merlo nell'attraversamento del fiume, morì poiché la lastra di ghiaccio non resse il suo peso. Merla pianse così tanto di dolore che il suo lamento si sente ancora oggi lungo le acque del Po nelle notti di fine Gennaio.
Ancora oggi, in ricordo di questo triste episodio, le giovani in età da marito si recano sulle rive del fiume nei tre giorni della Merla per ballare e cantare una canzone propiziatoria il cui ritornello dice: «E di sera e di mattina la sua Merla poverina piange il Merlo e piangerà».

MERLO E MERLA AL BALLO
Merlo e Merla erano due giovani allegri che amavano andare a ballare nelle serate invernali. In una di queste, per guadagnare tempo, decisero di attraversare il fiume. Ma la lastra di ghiaccio che ricopriva il Po non resse il loro peso e si ruppe.
Caddero così nelle acque gelide dove perirono. Unica testimone della loro morte fu una merla che per tre giorni, gli ultimi di gennaio, cinguettò sui passanti per chiedere aiuto.
Al terzo giorno il sole sciolse il ghiaccio ed il fiume restituì i cadaveri dei due ragazzi e sul quel luogo sbocciarono splendidi fiori.

MERLA: LA FANCIULLA SBADATA
Merla era una fanciulla bella e semplice ma con la passione della danza. Così nelle lunghe notti d'inverno adorava andare a ballare nelle cascine dove si suonava per passare la lunga stagione invernale.
Una di queste sere per recarsi ad un ballo, Merla attraversò di corsa una lastra di ghiaccio che copriva il Po. Il ghiaccio non resse il peso e la giovane fanciulla cadde nell'acqua scomparendo.
I suoi amici la cercarono per tre giorni, gli ultimi di Gennaio, senza mai più trovarla.

IL DUCA DI GONZAGA O NAPOLEONE?
Uno dei duchi Gonzaga (ma che in alcune versioni è Napoleone) doveva attraversare il Po.
Volendo fare un riposino avvertì il suo servo, alla guida del carro, di avvisarlo quando sarebbero giunti al fiume.
Il servo, arrivato sulle sponde del Po, vide che il freddo intenso degli ultimi giorni ne aveva ghiacciato le acque. Pensando di fare cosa gradita al duca incitò la sua cavalla, chiamata la Merla, a passare col carro sulla lastra ghiacciata.
Siccome la traversata sul ghiaccio sarebbe stata agevole, non ritenne necessario svegliare il suo padrone.
Quando il Gonzaga si svegliò il servo gli disse trionfante che "la Mèrla l'ha passà al Po" (La Merla ha passato il Po).
Il duca montò su tutte le furie perché il servo non aveva obbedito ai suoi ordini e arrivato a destinazione lo fece impiccare.

Come si può notare il mito è andato a modificarsi lungo il tempo e potremmo ben sostenere che la versione più antica sia la prima, quella del merlo che sbeffeggia Gennaio, visto che è riportata da Dante nel Purgatorio (vedi citazione iniziale).
In effetti nel calendario romano il mese di Gennaio aveva veramente solo 28 o 29 giorni (a seconda dei ritocchi) sin dai tempi di Numa Pompilio e della sua riforma del 713 a. C. quando il calendario a Roma divenne da lunare a luni-solare (e furono inseriti i mesi di Gennaio e Febbraio).
Fu poi nel 46 a. C. che Gennaio prese "in prestito" i tre giorni a Febbraio, grazie all'introduzione del calendario giuliano che rendeva il computo dei giorni decisamente e definitivamente solare.
Questa indicazione ci fa notare come il mito fiabesco continui a tramandare un passaggio, culturalmente molto significativo, che ha segnato il cambiamento tra due culture: una lunare (e matrilineare o matrifocale del tardo Paleolitico - Neolitico) e l'altra solare (patrilineare e patriarcale).
Un secondo indizio che scaturisce dalla storia ci porta alla morale: nel linguaggio popolare dare del merlo a qualcuno significa considerarlo uno sprovveduto e un sempliciotto, tanto ingenuo da cantar vittoria prima del tempo.
Ma la fiaba del Merlo o della Merla pare essere strettamente legata alla cultura contadina del Po: ragazze o ragazzi che, ingenui come merli, perdono la vita nel loro tentativo di attraversare il fiume ghiacciato.
Le fiabe, così come i miti, servivano a tramandare oralmente il sapere del popolo, sapere strettamente legato al luogo nel quale la comunità viveva.
Purtroppo la gente del Po è sparita, divorata dall'industrializzazione dell'ultimo mezzo secolo, ed il fiume ha perso così le sue fate e gli spiriti di splendide fanciulle che, come narravano gli anziani, ne custodivano le acque.
Perdere la vita sul fiume non era un evento insolito: i fiori che germogliano accanto alle vittime, anche se solo in senso simbolico, rimangono ad indicare quella continuità, quella catena Vita - Morte - Vita che tutte le culture tradizionali hanno sempre considerato la chiave di lettura fondamentale per interpretare il senso dell'esistenza.
Della cultura rurale e dello storico passato non rimane che il ricordo di un detto che perde di significato a meno che non decidiamo di guardar fuori dalle nostre finestre e scoprire se la Merla canta, se la giornata è scura e se il Po è gelato.
Di sicuro rimane il beffardo Gennaio che, a tutt'oggi, non ha ancora restituito quei tre giorni!



Festival di Hecate.31 Gennaio

Lasciate del latte, farina e del mieie in cocci di terracotta agli incroci per Hecate: "Notturna hecate, che vieni invocate nei crocicchi di tutte le città, e vendicatrici Dirae e Dea dell'Elissa dei morenti, udite le nostre preghiere; ascoltateci e dirigete i vostri tremendi poteri conro coloro che li meritano" Virgilio,Eneide IV.609


Festa di Brigid. 31 Gennaio

Brigit, Dea della Poesia, figlia del Grande Dio Dagda e controparte celtica di Athena-Minerva, è la conservatrice della tradizione perché, per gli antichi Celti, la poesia era un’arte sacra che trascendeva la semplice composizione di versi e diventava magia, rito, personificazione della memoria ancestrale delle popolazioni.
La capacità di lavorare i metalli era ritenuta anch’essa una professione magica e le figure di fabbri semi-divini si stagliano nelle mitologie non solo europee ma anche extra-europee; l’alchimia medievale fu l’ultima espressione tradizionale di questa concezione sacra della metallurgia.
Sotto l’egida di Brigit erano anche i misteri druidici della guarigione, e di questo sono testimonianza le numerose “sorgenti di Brigit”. Diffuse un po’ ovunque nelle Isole Britanniche, alcune di esse hanno preservato fino ad oggi numerose tradizioni circa le loro qualità guaritrici.
Ancora oggi, ai rami degli alberi che sorgono nelle loro vicinanze, i contadini appendono strisce di stoffa o nastri a indicare le malattie da cui vogliono essere guariti.
Sacri a Brigit erano la ruota del filatoio, la coppa e lo specchio. Lo specchio è strumento di divinazione e simboleggia l’immagine dell’Altro Mondo cui hanno accesso eroi e iniziati. La ruota del filatoio è il centro ruotante del cosmo, il volgere della Ruota dell’Anno e anche la ruota che fila i fili delle nostre vite. La coppa è il grembo della Dea da cui tutte le cose nascono.
Cristianizzata come Santa Bridget o Bride, come viene chiamata familiarmente in gaelico, essa venne ritenuta la miracolosa levatrice o madre adottiva di Gesù Cristo e la sua festa si celebra appunto l’1 febbraio, giorno di Santa Bridget o Là Fhéile Brfd.
Riguardo questa santa, di cui è tanto dubbia l’esistenza storica quanto certa la sua derivazione pagana, si diceva che avesse il potere di moltiplicare cibi e bevande per nutrire i poveri, potendo trasformare in birra perfino l’acqua in cui si lavava!
A Santa Bridget fu consacrato il monastero irlandese di Kildare, dove un fuoco in suo onore era mantenuto perpetuamente acceso da diciannove monache.
Ogni suora a turno vegliava sul fuoco per un’intera giornata di un ciclo di venti giorni; quando giungeva il turno della diciannovesima suora ella doveva pronunciare la formula rituale “Bridget proteggi il tuo fuoco. Questa è la tua notte”.
Il ventesimo giorno si diceva fosse la stessa Bridget a tenere miracolosamente acceso il fuoco. Il numero diciannove richiama il ciclo lunare metonico che si ripete identico ogni diciannove anni solari.

Inutile ricordare come questa usanza ricordasse il collegio delle Vestali che tenevano sempre acceso il sacro fuoco di vesta nell’antica Roma, ma più probabilmente la devozione delle suore di Kildare si ricollega alle Galliceniae, una leggendaria sorellanza di druidesse che sorvegliavano gelosamente il loro recinto sacro dall’intrusione degli uomini e i cui riti furono mantenuti attraverso molte generazioni.
Allo stesso modo, nel monastero di Kildare solo alle donne era concesso di entrare nel recinto dove bruciava il fuoco, che veniva tenuto acceso con mantici, come ricorda Geraldo di Cambria nel 120 secolo.
Il fuoco bruciò ininterrottamente dal tempo della leggendaria fondazione del santuario, nel VI secolo, fino al regno di Enrico VIII, quando la Riforma protestante pose fine a questa devozione più pagana che cattolica.
I riti di Brigit celebrati a Imbolc ci sono stati tramandati dal folklore scozzese e irlandese.

Nelle Isole Ebridi (che forse devono il loro nome proprio a Brigit o Bride) le donne dei villaggi si radunano insieme in qualche casa e fabbricano un’ immagine dell’antica Dea, la vestono di bianco e pongono un cristallo sulla posizione del cuore. In Scozia, la vigilia di Santa Bridget le donne vestono un fascio di spighe di avena con abiti femminili e lo depongono in una cesta, il “letto di Brid”, con a fianco un bastone di forma fallica. Poi esse gridano tre volte “Brid è venuta, Brid è benvenuta!”, indi lasciano bruciare torce e candele vicino al “letto” tutta la notte.
Se la mattina dopo trovano l’impronta del bastone nelle ceneri del focolare, ne traggono un presagio di prosperità per l’anno a venire. Il significato di questa usanza è chiaro: le donne preparano un luogo per accogliere la Dea e invitano allo stesso tempo il potere fecondante maschile a unirsi a lei.
Anche nell’isola di Man veniva compiuta una cerimonia simile, chiamata Laa’l Breesley.

Nell’Inghilterra del Nord, terra dell’antica Brigantia, la ricorrenza veniva denominata “Giorno delle Levatrici”.
In Irlanda, si preparano con giunchi e rametti le cosiddette croci di Brigit, a quattro bracci uguali racchiusi in un cerchio, cioè la figura della ruota solare (che è simbolo appropriato per una divinità del fuoco e della luce); lo stesso giorno vengono bruciate le croci preparate l’anno prima e conservate fino ad allora.La fabbricazione delle croci di Brigit deriva forse da un’antica usanza precristiana collegata alla preparazione dei semi di grano per la semina.
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Questi oggetti simbolici, confezionati con materiale vegetale, ci ricordano tra l’altro che la luce ed il calore sono indispensabili alla vegetazione che si rinnova in continuazione, anno dopo anno.
Le spighe di avena (o grano, orzo, ecc.) usate per fabbricare le bambole di Brigit, provengono dall’ultimo covone del raccolto dell’anno precedente. Questo ultimo covone, in molte tradizioni europee è chiamato la Madre del Grano (o dell’Orzo, dell’Avena, ecc.) e la bambola propiziatoria confezionata con le sue spighe è la Fanciulla del Grano (o dell’Orzo, dell’Avena, ecc.).

Si credeva cioè che lo spirito del cereale o la stessa Dea del Grano risiedesse nell’ultimo covone mietuto: come le spighe del vecchio raccolto sono il seme di quello successivo, così la vecchia divinità dell’autunno e dell’inverno si trasformava nella giovane Dea della primavera, in quella infinita catena di immortalità che è il ciclo di nascita, morte e rinascita. E Brigit rappresenta appunto la giovane Dea della primavera.

Un antico codice irlandese, il Libro di Lismore, riporta una curiosa leggenda. Si narra che a Roma i ragazzi usavano giocare ad un gioco da tavolo in cui una vecchia megera liberava un drago mentre dall’altra parte una giovane fanciulla lasciava libero un agnello che sconfiggeva il drago. La megera allora scagliava un leone contro la fanciulla, la quale però provocava a sua volta una grandine che abbatteva il leone.
Papa Bonifacio, dopo aver interrogato i ragazzi e aver saputo che il gioco era stato insegnato loro dalla Sibilla, lo proibì.
La megera non è altro che la Vecchia Dea dell’Inverno sconfitta dalla Giovane Dea della Primavera. Essendo questa leggenda stata raccolta in un ambito culturale celtico, si può supporre che la Vecchia altri non era che la Cailleach a cui si contrappone Brigit. Il riferimento all’agnello è un altro simbolo del periodo di Imbolc, anche se i commentatori medievali lo considerarono l’emblema di Gesù Cristo.
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In realtà è la Vecchia Dea che si rinnova trasformandosi in Giovane Dea, così come il Vecchio Grano diviene il nuovo raccolto. I Carmina Gadelica, una raccolta di miti, proverbi e poemi gaelici di Scozia, raccolti e trascritti alla fine dell’800 dal folklorista scozzese Alexander Carmichael, riportano la seguente filastrocca:

La mattina del Giorno di Bride
Il serpente uscirà fuori dalla tana
Non molesterò il serpente
Né il serpente molesterà me


Il serpente appare come uno degli animali-totem di Brigit. In molte culture il serpente o drago è simbolo dello spirito della terra e delle forze naturali di crescita, decadimento e rinnovamento.

Nel giorno di Bride il serpente si risveglia dal suo sonno invernale e i contadini ne traevano il presagio della fine imminente della cattiva stagione. Il serpente è uno dei molti aspetti dell’antica Dea della terra: la muta della sua pelle simboleggia il rinnovamento della Natura e anche la sua dualità Infatti in gaelico “neamh” (cielo) è simile a “naimh” (veleno), provenendo entrambi dalla radice “nem”.
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La Vecchia Dea e la Giovane Dea sono la stessa persona! (nelle fiabe l’eroe che coraggiosamente bacia una vecchia megera si ritrova di fronte una bellissima fanciulla...)

Brigid è la patrona della Candelora, festa solare di Fuoco, celebrata anche sotto il nome di Imbolc.
La Dea - che era contemporaneamente la protettrice dei fabbri, dei poeti e dei guaritori - rappresenta:
• il fuoco dell’ispirazione come patrona della poesia
• il fuoco del focolare, come patrona della guarigione e fertilità’
• il fuoco della forgia, come patrona dei fabbri e delle arti marziali.



Fonte e Ringraziamenti
lilithcry per festività di gennaio con Magia pagana, elfi edizioni
Feste Pagane, di Roberto Fattore per Festa di Brigid
www.ilcalderonemagico.it per Festa diSemek
Giorni della Merla ©2009 Testo e ricerca di Micaela Balice per www.strie.it

mercoledì 1 dicembre 2010

✖ I Riti di Dicembre

✖ I Riti di Dicembre ✖



Feste dal Calendario Pagano
03 dicembre. Festa di Myrddin ( Merlino ).
08 dicembre. Festa d'Inverno dei Quattro Elementi.
10 dicembre. Dionisio negli abissi
12 dicembre. Festa degli Gnomi.
13 - 21 dicembre. Nove notti di divinazione. Offerte a Perchta/Holda
14 dicembre. festa di Odin signora delle besteie
18 dicembre Festa di Epona
20 dicembre. Festa di Cernunnos.
21 - 23 dicembre. Solstizio d'Inverno. Grande Sabba d'Inverno. Idho
22 dicembre Riti di Mithra
23 dicembre. Giorno del Tasso.
24 dicembre Giorno della Betulla
25 dicembre. Festa di Ecate. Sol Invictis. Festa di Dagda.
31 dicembre. Festa di Artemide. Notte del Popolo Fatato.


Feste Pagane: Stregheria Italiana - Sabba
Saturnalia(Nome antico: Festa dei Lumi, Yuletide, Alban Arthan):[Dicembre 22] Detta YULE dai celti, e' la notte piu' lunga dell'anno. Esso rappresenta la rinascita della Dea sotto forma di un Dio che da inizio ad un periodo di buio, freddo, quale l'inverno.Poiche' nelle popolazioni europee non si riusciva a stroncare questa festa, i cristiani vi posero in prossimita' il Natale, in modo da sviare la gente dal vero significato: la rinascita della Dea, normalmente fertile e donna, sotto forma di un Dio, mortale , freddo e maschio, che purifica il mondo nella morte e nel gelo preparandolo alla rinascita della primavera.L'usanza di celebrare la festa di notte, per le strade, con bancarelle che brillavano di luci delle candele da' il nome alla ricorrenza. Dicembre è il mese più magico dell’ anno.

Il nome deriva dal latino decem (dieci), quindi dovrebbe indicare il decimo mese dell’ anno; cosi infatti era prima della riforma giuliana, poi divenne il dodicesimo, ma si tenne il nome. In Egitto l’equivalente del 16 dicembre era la festa di Oriside: si invoca il dio per avere denaro, una famiglia felice buoni amici.
A Roma si cominciava a festeggiare con i Saturnali ( dal 17 al 23), dedicati a saturno er Vesta, patroni del mese. In questo periodo ogni mezzo era lecito per fare soldi, perfino giocare d’azzardo, perché oil dio regalava prosperità a tutti :” auree monete procuri dicembre alla festa di Saturno”, dice il vecchio proverbio.
Ai Saturnali si accavallavano le feste del Solstizio d’ Inverno, quando l’astro era salito un po all’ orizzonte; la solenne ricorrenza era celebrata con corse di carri, simbolo del Sole che ogni giorno col suo carro attraversava il cielo portando lice.
La data simbolica del 25 dicembre per la celebrazione del Natale cristiano fu scelta attorno al III-IV secolo d. C,, perché coincide con la festa del dio Mitra; infatti nel Vangeli non si parla di una data precisa della nascita di Gesù. Molti Cristiani erano attratti da queste feste spettacolari e la Chiesa, preoccupata della diffusione dei culti solari,m pensò di celebrare nello stesso giorno la natività dio Cristo, che considerava la vera Luce e il vero Sole. La chiesa del tempo dunque non dava grande importanza alla data esatta della nascita di Cristo; ma nel quinto secolo San Leo scrisse che il giorno della nascita di Gesù andava festeggiato in modo particolare, perché la sua nascita era anche la nascita dei Cristiani, e da allora si festeggia solennemente il Natale.
Quel giorno i Romani usavano invitare a pranzo gli amici e scambiarsi il dono di un vaso bianco con miele, datteri e fichi, il tutto accompagnato da ramoscelli di alloro , detti “strenne”, augurio di fortuna e felicità. Ai nostri tempi, la giornata di Capodanno, e dedicata al riposo, dopo le feste e i divertimenti della notte di San Silvestro che, con i suoi eccessi, è piu simile ai Saturnali romani. A pranzo , se non lo abbiamo fatto a mezzanotte, dobbiamo mangiare le lenticchie, perché si dice che propiziano prosperità economica per il nuovo anno. Le vacanze durano ancora fino all’Epifania che come sappiamo " tutte le feste porta via”.

Riti di dicembre – Il rituale magico piu importante del mese è la celebrazione del Solstizio d’ Inverno, la notte piu lunga dell’ anno, Il rituale proposto è di tradizione celtica. Nella cerimonia originale il dolce ( che conteneva miele e pezzi di frutta secca) era accompagnato da idromele, ma se avete difficoltà a trovarlo un vino dolce liquoroso sarà uguale.
Come vedrete la simbologia dell’ Agape , cioè il banchetto collettivo, pure nella sua semplicità richiama l’amore fraterno e la fortuna e prosperità.



Rito del Solstizio

Si comincia la tramonto del 21 dicembre. Stendete un panno sull altre a destra l’incensiere con incenso liturgico al sandalo, a sinistra una mazzo di fiori gialli una pagnotta dolce, un coltello nuovo e del vino.
Al centro tre candele color oro, a formare un triangolo con la punta in alto. A parte van preparati dei bicchieri.
Chi opera di mette davanti al tavolo verso Est e se sono presenti altri questi circonderanno l’altare. Tenendosi per mano.
Fumigate la stanza per almeno quindici minuti. Accendete le candele e poi dite per tre volte
Entrino in me
Le forze dell’ universo,
rinasca in me la vita con la rinascita del Sole
che la luce dello spirito mi illumini e mi indichi la strasa,.
Perché io possa sempre camminare nel bene
Sulla via dell’ amore infinito. E cosi sia.


A questo punto tagliate la pagnotta e distribuirtene una fetta a ciascuno; versta il vino e datelo ai partecipanti. Lasciate consumare la candele fino alla fine.


A parte il rito per il Solstizio, il periodo che va dalla vigilia di Natale all' Epifania è uno dei più amati in Occidente ed è legato a Innumerevoli tradizioni, sacre e profane. Vediamone qualcuna.


Il filo D'argento

Ricordatevi di appenderne almeno uno nella vostra casa o sull' albero di natale. Secondo la leggenda, quando Maria e Giuseppe furono costretti dal re Erode a fuggire verso L' Egitto, si rifugiarono a riposare in una grotta. Subito comparve un ragno che si mise a tessere velocemente una complicatissima tela, che chiuse l'ingresso. Poco dopo arrivarono i soldati, che erano sulle orme di fuggitivi, videro l'ingresso della grotta coperto di ragnatele , e non guardarono dentro, pensando che chiunque vi fosse rifugiato le avrebbe rotte per entrare, Fu cosi che il ragno salvò la vita a Gesù con un filo d'argento come atto d'amore.


La Stella di natale

Questa pianta dal colore rosso è ormai comunissima. In Messico , paese di origine si chiama flor del la noche buena; la leggenda racconta che un bambino troppo povero pere portare un dono a Gesù, si mise a piangere: perché tutti portavano qualcosa tranne lui.
Dalle sue lacrime nacquero questi meravigliosi fiori che egli portò in chiesa davanti alla greppia.
E un ottimo dono come atto d'amore.


La candela di Babbo Natale

La sera della vigilia di Natale prima di andare a dormire lasciate sul tavolo della cucina un bicchiere di latte, un dolce e una candela accesa: aiuteranno Babbo Natale a trovare la vostra casa e lo spuntino lo rifocillerà nella notte più faticosa di tutti l'anno.


Purificazione della Casa

Per pulire la vostra casa dalle negatività dell anno che sta finendo, procuratevi un ramo di legno di abete, 132 chiodi di garofano, 12 bacche di ginepro, una candela bianca e una nera. Prima della mezza notte del 31 dicembre stendete un telo a terra vicino la porta di ingresso e metteteci sopra il necessario per il rito; poi accende le candele e il legno di abete con i chiodi di garofano e le bacche di ginepro già sminuzzati in un incensiere. Lasciate consumare tutto.


Addio alle negatività

Per allontanare le negatività prendete una pietra grande come un pugno. In una notte tra il 25 e il 31 dicembre accendete una candela nera e concentratevi sulla pietra. Ripercorrete l'anno vissuto e pensate a tutte le cose spiacevoli capitate, riversatele nella pietra; se vi è dio aiuto scrivetele su un foglio. Lasciate consumare la candela e poi prendete la pietra, avvolta nel foglio e seppellitela in un prato lontano da casa vostra, o gettatele in acqua con i resti della candela.


Il vecchio calendario

La sera del 31 togliete tutti i vecchi calendari, e bruciateli la mattina di capodanno dopo averli avvolti nella lana rossa dicendo
anno vecchio brucia qua
e la sfortuna se ne va



Rituale di veggenza

E' un ritulale celtico antico, fatto dalle ragazze in età da marito, per veder il volto del futuro sposo.
Deve essere compiuto tra il 22 e la mezzanotte di San Silvestro, prima del nuovo anno.
In un bacile di rame, riempito di acqua fino a metà e posto su un tavolo, sistemate abbastanza lontano due candele viola,in modo che non si riflettano nel bacile e un incensiere con incenso in grani misto a un pugnetto di petali di rosa.
Accendete l'incenso e poi le candele. E fissate lo sguardo al centro del bacile tenendo le mani sui due lati. Liberate le mante e poi soffiate lentamente sull acqua dicendo:

Voglio che sia aperto il mio occhio interiore,
emerga la visone e scompaia il grigiore.
Che io veda la verità
in ogni immagine che verrà


Ripetete la formula lentamente, ritmicamente alternandola ai soffi sull' acqua. Dovrebbero manifestarsi delle immagini.


Scarpette della Sposa/u>

E' un altro rituale per donne sole. Volete sapere se incontrare presto il nuovo fidanzato e sposarlo prima del prossimo Capodanno?
a mezzanotte mettetevi davanti alla porta di casa e buttate in aria le vostre scarpe: se candono entrambe con la punta verso di voi, non vi sposerete; se cadono con la punta verso l'interno e una verso l'esterno, troverete un fidanzato ma non vi sposerete subito; se cadranno con le punte verso l'esterno verso al porta, preparatevi a un matrimonio.


<u> Rituale di prosperità

Se non vi bastano le lenticchie fate questo rito. Preparate l'altare con sopra un quadro di lamè dorato. Al centro ponte un oggetto d'oro e vicino un simbolo religioso a vostra scelta: l'oggetto d'oro indica ricchezza e il simbolo religioso che avete bisogno di soldi ma che questi non sono il fine ultimo della vostra vita. A lato dei due oggetti mettete due candele dorate.
Sotto gli oggetti ponete una scatola di cartone con coperchio
A destra l'incensiere con incenso mescolato a metà secca di cedro del Libano e semi di anice. A San Silvestro tra le 21 e mezzanotte fumigare l'ambiente e accendete le candele, battete sul coperchio della scatola con l'indice della mano destra, dicendo sette volte
Vieni a me prosperità
d'oro la scatola si riempirà

Immaginate la vostra scatola ricolma di monete d'oro poi tre volte dite:
Grazie per il benessere che avrò
con chi ha bisogno dividerò


Ricordatevi di fare opere di bene e carità.



22 dicembre Riti di Mithra e i successivi riti del Natale

Un bambino nacque il 25 dicembre da madre vergine; il giorno della sua nascita tre Maghi omaggiarono il nascituro con oro, incenso e mirra.
Nel corso della sua vita fece diversi miracoli. Venne considerato il “buon pastore”, ebbe 12 discepoli, morì a trentatré anni sepolto in una tomba di pietra ma resuscitò tre giorni dopo.
Salì al cielo dopo aver consumato un pasto sacro.
Dopo la sua resurrezione i suoi discepoli recitavano: “Rallegratevi, il vostro Dio è risorto dalla morte. Le sue pene e sofferenze saranno la vostra salvezza”.

Capito di chi stiamo parlando?
Probabilmente molti di voi risponderanno senza esitazione…
Ma potrebbero avere una sorpresa: abbiamo raccontato la storia leggendaria di Mitra, risalente a circa 3.000 anni prima di Cristo. Da cui il mitraismo, ovvero il Culto del Dio Mitra [o Mithra], originario delle comunità persiane dell'Asia minore, estesosi poi all'impero romano, soprattutto fra i militari, dove infine decadde a partire dal IV secolo d.C.
Mitra, che era una divinità solare, penetrò facilmente nell'impero romano e soprattutto nell’esercito e i santuari di Mitra, i mitrei, si sono diffusi anche nelle regioni periferiche dell’impero, sedi di guarnigioni militari.

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La mitologia comparata

Il mito di Mitra non è l'unico che precede la storia cristiana dell'incarnazione di Gesù. Nella loro opera The Jesus Mysteries, Timothy Freke e Peter Gandy studiano dettagliatamente le incredibili coincidenze tra il mito di base (comune a molte culture) degli Dèi sacrificati e la vita di Cristo.
Quelli che seguono sono solamente alcuni dei parallelismi più importanti.

Tutti gli Dèi sacrificati vengono percepiti con il seguente profilo:

• Sono il Salvatore degli uomini, Dio fatto uomo e Figlio fuso in uno con il Padre.

• Sono nati da una Madre vergine in una caverna o grotta, il 25 dicembre o il 6 gennaio, festività caratteristiche di tutti i culti solari.

• La loro nascita è stata annunciata da una stella.

• Hanno ricevuto la visita di alcuni Maghi che resero loro onore con gli stessi doni simbolici: oro, incenso e mirra.

• Sono stati battezzati, un rito iniziatico comune a tutti i culti misterici del I millennio d.C.

• Offrono ai loro seguaci una seconda nascita attraverso il rito del battesimo.

• Hanno realizzato il prodigio di convertire l'acqua in vino.

• Coincidono nella realizzazione di miracoli simili: la cura degli infermi, l'aiuto ai pescatori per una pesca miracolosa e l'atto di calmare le acque durante una tempesta.

• Sono stati accusati di tenere una condotta licenziosa.

• Hanno avuto un gruppo scelto di 12 seguaci o discepoli, associati simbolicamente ai segni zodiacali.

• Sul dorso di un asino sono entrati trionfalmente in una città e dalla folla sono ne stati acclamati Re.

• Sono stati equiparati simbolicamente al pane e al vino, convertiti in segni della loro carne e del loro sangue.

• Sono morti assassinati o sacrificati, sono stati avvolti in un telo, sono stati unti e sono resuscitati dopo tre giorni.

• I loro seguaci hanno fatto visita al sepolcro trovandolo vuoto.

• La loro morte e la loro resurrezione vengono celebrate con un agape rituale, che simboleggia la volontà di fusione del credente con i loro corpi mistici.

• I loro sacrifici portano la redenzione.

• I loro seguaci sperano che ritornino per giudicare gli uomini alla fine dei tempi e fondare un'Età dell'Oro.

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Le radici pagane del Natale

Per inspiegabile che sembri, la data di nascita di Cristo non è nota. I vangeli non ne indicano né il giorno né l’anno [...] fu assegnata la data del Solstizio d’inverno perché in quel giorno in cui il Sole comincia il suo ritorno nei cieli boreali, i pagani che adoravano Mitra celebravano il Dies Natalis Solis Invicti, giorno della nascita del Sole invincibile.
(Nuova enciclopedia cattolica dell’Ordine Francescano - 1941)

Nel corso della ricerca di informazioni e documenti riguardanti le origini pagane del Natale, quello che stupisce è che la data del 25 dicembre, prima di diventare celebre come “compleanno di Gesù”, sia stata giorno di festa per i popoli di culture e religioni molto distanti tra loro, nel tempo e nello spazio.

Le origini di questi antichi culti vanno ricercate in ciò che è principio della vita sulla terra e che dal principio è stato oggetto di culto e di venerazione: il Sole

Agli albori dell’umanità, esisteva un ricco calendario di feste annuali e stagionali e di riti di propiziazione e rinnovamento.
I popoli nel periodo primitivo della loro esistenza erano intimamente legati al “ciclo della natura” poiché da questo dipendeva la loro stessa sopravvivenza.

Al tempo, la vita naturale appariva indecifrabile, incombente, potente espressione di forze da accattivarsi; era un mondo magico.
L’uomo antico si sentiva parte di quella natura, ma in posizione di debolezza. Per questo, attraverso il rito, cercava di fare amicizia con questa o quella forza insita in essa.

Al centro di questo ciclo c’era l’astro che scandiva il ritmo della giornata, la Stella del Mattino che determinava i ritmi della fruttificazione e che condizionava tutta la vita dell’uomo. Per quest’ultimo, temere che il Sole non sorgesse più, vederlo perdere forza d’inverno riducendo sempre più il suo corso nel cielo, era un’esperienza tragica che minacciava la sua stessa vita. Perciò, doveva essere esorcizzata con riti che avessero lo scopo di evitare che il Sole non si innalzasse più o di aiutarlo nel momento di minor forza.

È proprio partendo da questa considerazione che possiamo individuare le origini dei rituali e delle feste collegate al Solstizio d’inverno che ancora oggi celebriamo con il nome di Yule.
Durante queste feste venivano accesi dei fuochi (usanza che si ritrova nella tradizione natalizia di bruciare il ceppo nel camino la notte della vigilia) che, con il loro calore e la loro luce, avevano la funzione di ridare forza al Sole indebolito.
Spesso questi rituali avevano a che fare con la fertilità ed erano quindi legati alla riproduzione.
Da qui l’usanza, nelle antiche celebrazioni, di danze e cerimoniali propiziatori dell’abbondanza e in alcuni casi, come negli antichi riti celtici e germanici, ma anche romani e greci, di accoppiamento durante le feste.

Il solstizio d’inverno

Il termine solstizio viene dal latino solstitium, che significa letteralmente “Sole fermo” (da sol, “Sole”, e sistere, “stare fermo”).
Se ci troviamo nell’emisfero nord della terra, nei giorni che vanno dal 22 al 24 dicembre possiamo infatti osservare come il Sole sembra fermarsi in cielo, fenomeno tanto più evidente quanto più ci si avvicina all’equatore. In termini astronomici, in quel periodo il Sole inverte il proprio moto nel senso della “declinazione”, cioé raggiunge il punto di massima distanza dal piano equatoriale.
Il buio della notte raggiunge la massima estensione e la luce del giorno la minima.
Si verificano cioé la notte più lunga e il giorno più corto dell’anno.

Subito dopo il Solstizio, la luce del giorno torna gradatamente ad aumentare e il buio della notte a ridursi fino al Solstizio d’estate, in giugno, quando avremo il giorno più lungo dell’anno e la notte più corta. Il giorno del Solstizio cade generalmente il 21 [o il 22 dicembre], ma per l’inversione apparente del moto solare diventa visibile il terzo/quarto giorno successivo. Il Sole, quindi, nel Solstizio d’inverno giunge nella sua fase più debole quanto a luce e calore, pare precipitare nell’oscurità, ma poi ritorna vitale e “invincibile” sulle stesse tenebre.

E proprio il 25 dicembre sembra rinascere, ha cioé un nuovo “Natale”.

Questa interpretazione astronomica può spiegare perché il 25 dicembre sia una data celebrativa presente in culture e paesi così distanti tra loro.

Tutto parte da un’osservazione attenta del comportamento dei pianeti e del Sole e gli antichi conoscevano bene gli strumenti che permettevano loro di osservare e descrivere movimenti e comportamenti degli astri.
Per fare un esempio, a Maeshowe (Orkneys, Scozia) si erge un tumulo datato con il metodo del carbone radioattivo 2750 a.C. All’interno del tumulo c’è una struttura di pietra con un lungo ingresso a forma di tunnel. Questa costruzione è allineata in modo che la luce del Sole possa scorrere attraverso il passaggio e splendere all’interno del megalite, illuminando in questo modo il retro della struttura.
Questo accade al sorgere del Sole al Solstizio d’inverno.

Le origini comparate del Dio Sole

Pur non avventurandoci in comparazioni religiose che richiederebbero accurati studi, diremo comunque che il 25 dicembre è associato al giorno di nascita o di festeggiamento di personaggi divini risalenti anche a secoli prima di Cristo.
Per citarne alcuni:

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Il Dio Horus egiziano
I mosaici e gli affreschi raffiguranti immagini di Horus in braccio a Iside ricordano l’iconografia cristiana della Madonna col bambino, tanto da indurci a credere che in epoca cristiana, per ovvi motivi, alcune rappresentazioni di Iside e Horus, spesso raffigurato come un bambino con la corona solare sul capo, furono probabilmente riciclate [hanno sicuramente dato origine alla Madonne Nere dei culti cristiani].

Il Dio Mitra indo-persiano
Quello di Mitra fu il culto più concorrenziale al cristianesimo e col quale il cristianesimo si fuse sincreticamente.
Anche Mitra era stato partorito da una vergine, aveva dodici discepoli e veniva chiamato il Salvatore.


Gli dei babilonesi Tammuz e Shamas

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Nel giorno corrispondente al 25 dicembre odierno, nel 3000 a.C. circa, veniva festeggiato il Dio Sole babilonese Shamash. Il Dio solare veniva chiamato Utu in sumerico e Shamash in accadico.
Era il Dio del Sole, della giustizia e della predizione, in quanto il Sole vede tutto: passato, presente e futuro.

In Babilonia successivamente comparve il culto della dea Ishtar e di suo figlio Tammuz, che veniva considerato l’incarnazione del Sole.
Allo stesso modo di Iside, anche Ishtar veniva rappresentata con il suo bambino tra le braccia. Attorno alla testa di Tammuz si rappresentava un’aureola di 12 stelle che simboleggiavano i dodici segni zodiacali.
È interessante aggiungere che anche in questo culto il Dio Tammuz muore per risorgere dopo tre giorni.

Dioniso
Nei giorni del Solstizio d’inverno, si svolgeva in onore di Dioniso una festa rituale chiamata Lenaea, la festa delle donne selvagge. Veniva celebrato il Dio che rinasceva bambino dopo essere stato fatto a pezzi.

Bacab
Era il Dio Sole nello Yucatan; si credeva che fosse stato messo al mondo dalla vergine Chiribirias.

Bacab
Era il Dio Sole nello Yucatan; si credeva che fosse stato messo al mondo dalla vergine Chiribirias.

Il Dio Sole inca Wiracocha
Il Dio Sole inca veniva celebrato nella festa del Solstizio d’inverno Inti Raymi (festeggiata il 24 giugno perché nell’emisfero sud, essendo le stagioni rovesciate, il Solstizio d’inverno cade appunto in giugno).

Ovviamente i primi citati in questa rapida carrellata devono aver influito alquanto nella creazione del cristianesimo.

Riguardo invece ai culti solari precolombiani è interessante notare come i tempi e i simboli del sacro siano comuni a civiltà così distanti fra loro.
Questo dovrebbe far sorgere più spesso il sospetto di un’origine comune delle religioni, tramite uno studio comparato delle stesse alla ricerca del significato della vita. Invece, ottusamente ci si continua ad adagiare su fedi antropomorfiche
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dogmatiche e più o meno esplicitamente intolleranti nei confronti delle altre.

Tutte queste narrazioni sono basate sul moto del Sole attraverso il cielo, e quindi su uno sviluppo di idee astrologiche/teologiche, avvenute in ogni parte del mondo. In altre parole, Gesù Cristo e tutti gli altri miti di analoga struttura, sono personificazioni dell'entità solare.

Per esempio, molti degli uomini-Dio crocifissi in ogni parte del mondo, hanno in comune la data di nascita fissata al 25 Dicembre.
Questo è dovuto al fatto che i nostri antenati avevano notato (da una prospettiva geocentrica) che il Sole si abbassa, annualmente, verso il sud sino alla data del Solstizio d'Inverno, dove (come spiegato sopra), sembra stia fermo per circa tre giorni, per poi riprendere nuovamente il suo movimento ascendente. In questo apparente arresto gli antichi leggevano una allegoria della morte e, nel riprendere del moto, un'allegoria della rinascita del Sole.

Gli antichi - ottimi astronomi - erano comunque ben consci della necessità vitale che il Sole sorgesse regolarmente ogni giorno, che interrompesse la sua caduta stagionale e che riprendesse il suo movimento ascensionale. Fu così che culture, fra di loro differenti e distanti, celebrarono la rinascita del Dio Sole il 25 Dicembre.

Alcune caratteristiche comuni a tutti gli Dèi Solari:

• Il Sole muore per tre giorni a partire dal 22 Dicembre, Solstizio d'inverno, quando arresta il suo movimento discendente, per poi ritornare a nascere, o risuscitare, il 25 Dicembre, riprendendo il suo movimento ascendente.

• In alcune zone della terra, il calendario, in origine, iniziava nella costellazione della Vergine ed il Sole risulterebbe quindi partorito da una vergine.

• Il Sole è la Luce del Mondo.

• Il Sole cammina sopra le nubi e tutti lo possono vedere.

• Il Sole che si alza al mattino è il salvatore del genere umano.

• Il Sole porta una corona, corona di spine o aureola.

• Il Sole cammina sulle acque.

• I seguaci del Sole, apostoli o discepoli sono i 12 mesi dell'anno, i 12 segni dello zodiaco, delle costellazioni, attraverso i quali il Sole stesso dovrà passare.

• Il Sole, a mezzogiorno, si trova nella casa, o meglio nel tempio dell'Altissimo; così egli inizia il lavoro del Padre suo al dodicesimo tempo.

• Il Sole entra in ciascun segno dello zodiaco ogni 30 gradi sull'orizzonte; quindi il Sole di Dio inizia il suo ministero al trentesimo anno.

• Il Sole è appeso ad una croce (crocifisso) il che simboleggia il suo passaggio attraverso gli equinozi e, cadendo a Pasqua l'equinozio primaverile, a quel tempo risorge.

Ovviamente i primi citati in questa rapida carrellata devono aver influito alquanto nella creazione del cristianesimo.

Riguardo invece ai culti solari precolombiani è interessante notare come i tempi e i simboli del sacro siano comuni a civiltà così distanti fra loro.
Questo dovrebbe far sorgere più spesso il sospetto di un’origine comune delle religioni, tramite uno studio comparato delle stesse alla ricerca del significato della vita. Invece, ottusamente ci si continua ad adagiare su fedi antropomorfiche dogmatiche e più o meno esplicitamente intolleranti nei confronti delle altre.

Tutte queste narrazioni sono basate sul moto del Sole attraverso il cielo, e quindi su uno sviluppo di idee astrologiche/teologiche, avvenute in ogni parte del mondo. In altre parole, Gesù Cristo e tutti gli altri miti di analoga struttura, sono personificazioni dell'entità solare.

Per esempio, molti degli uomini-Dio crocifissi in ogni parte del mondo, hanno in comune la data di nascita fissata al 25 Dicembre.
Questo è dovuto al fatto che i nostri antenati avevano notato (da una prospettiva geocentrica) che il Sole si abbassa, annualmente, verso il sud sino alla data del Solstizio d'Inverno, dove (come spiegato sopra), sembra stia fermo per circa tre giorni, per poi riprendere nuovamente il suo movimento ascendente. In questo apparente arresto gli antichi leggevano una allegoria della morte e, nel riprendere del moto, un'allegoria della rinascita del Sole.

Gli antichi - ottimi astronomi - erano comunque ben consci della necessità vitale che il Sole sorgesse regolarmente ogni giorno, che interrompesse la sua caduta stagionale e che riprendesse il suo movimento ascensionale. Fu così che culture, fra di loro differenti e distanti, celebrarono la rinascita del Dio Sole il 25 Dicembre.

Alcune caratteristiche comuni a tutti gli Dèi Solari:

• Il Sole muore per tre giorni a partire dal 22 Dicembre, Solstizio d'inverno, quando arresta il suo movimento discendente, per poi ritornare a nascere, o risuscitare, il 25 Dicembre, riprendendo il suo movimento ascendente.

• In alcune zone della terra, il calendario, in origine, iniziava nella costellazione della Vergine ed il Sole risulterebbe quindi partorito da una vergine.

• Il Sole è la Luce del Mondo.

• Il Sole cammina sopra le nubi e tutti lo possono vedere.

• Il Sole che si alza al mattino è il salvatore del genere umano.

• Il Sole porta una corona, corona di spine o aureola.

• Il Sole cammina sulle acque.

• I seguaci del Sole, apostoli o discepoli sono i 12 mesi dell'anno, i 12 segni dello zodiaco, delle costellazioni, attraverso i quali il Sole stesso dovrà passare.

• Il Sole, a mezzogiorno, si trova nella casa, o meglio nel tempio dell'Altissimo; così egli inizia il lavoro del Padre suo al dodicesimo tempo.

• Il Sole entra in ciascun segno dello zodiaco ogni 30 gradi sull'orizzonte; quindi il Sole di Dio inizia il suo ministero al trentesimo anno.

• Il Sole è appeso ad una croce (crocifisso) il che simboleggia il suo passaggio attraverso gli equinozi e, cadendo a Pasqua l'equinozio primaverile, a quel tempo risorge.



Il Dio Sole
È evidente che la vita di Gesù narrata nei Vangeli riprende altri antichi miti, un fatto che ha dato adito a un dibattito ancora aperto, tanto nel seno della cultura cristiana che di quella profana.
Qual è il significato della ripetizione di questa storia sacra?
Perché sorge in modo spontaneo in tutte le civiltà del mondo?

Il Cristianesimo sostiene che, con Gesù, Dio stesso irruppe nella storia umana.

Nel quadro culturale della sua epoca, sia la nascita da una Madre vergine in seguito a una procreazione miracolosa, sia la resurrezione il terzo giorno successivo alla sua morte sulla croce equivalevano ad attribuirgli i segni distintivi della divinità.
Ma nelle civiltà del Mediterraneo orientale del I sec. d.C. questi prodigi supremi erano segni propri dei Numi pagani agrari e solari.

Il mito di base, che si esprime in forme diverse per ogni cultura, consiste nel dramma del giovane Dio che muore nel pieno della sua vita per rigenerare la natura con il suo sangue, ma rinasce con il grano nuovo della primavera, per trasformarsi nel Signore dei vivi e dei morti e nel Salvatore dell'umanità.

In Egitto questo Dio è Osiride, in Persia è Mitra, in Asia Minore è Attis, in Grecia è Dioniso.
Non si tratta solamente di un mito fondamentale del Mediterraneo, ma riveste un carattere universale.
Per questo stesso motivo non può essere spiegato in maniera semplicistica come il risultato delle successive rielaborazioni di un modello originale, visto che lo troviamo anche in culture molto lontane tra loro, che non ebbero alcun contatto e che lo reinventarono autonomamente.

Tra i nativi americani Prenobscott, ad esempio, è la Dea Madre che, commossa dalla fame dei suoi figli, si autosacrifica seminando le sue membra nella terra per tornare col raccolto di mais e di tabacco. Tra i Celti esistevano riti che prevedevano lo smembramento di una donna nei campi come rappresentazione del sacrificio della dea del raccolto, simbolismo di per se stesso centrale nel mito di Cibele e in quello di Demetra e Persefone, ma che non manca neanche nella religiosità orientale, in cui, come osservò il grande mitologo Joseph Campbell, il mito della creazione ricorre all'autosmembramento del Dio.
Campbell sottolinea come in Occidente predomini il sacrificio, mentre in Oriente si evidenzi l'autosacrificio.


Le origini di Gesù
Nel IV sec. d.C, quando si posero le basi del Cattolicesimo a Nicea, i primi cristiani di Roma avevano familiarità con tutti questi miti e convivevano mescolandosi con i seguaci dei vari culti solari analoghi al loro, come quello di Mitra (giunto a Roma verso il II sec. a.C), che similmente nacque da una vergine in una grotta, venne adorato dai pastori e fu assassinato dai suoi nemici che gli trapassarono il costato con una lancia, per poi resuscitare al terzo giorno.
Di fatto, il trasferimento della festa della Natività di Gesù al 25 dicembre fu operato per far coincidere in essa i tre grandi culti monoteisti stabilitisi a Roma e dedicati a Cristo, Mitra e al Sol Invictus.

La mitologia comparata ha dimostrato sino a che punto vennero reinventati i dettagli del modello di base. La Maddalena, come la Iside egizia, vaga in cerca del Dio morto finché non lo trova; Iside resuscita Osiride, e Cristo risorto appare alla Maddalena dandole la novella del miracolo supremo.
Di fatto esiste una speculare simmetria, un incredibile parallelismo che riguarda persino i dettagli dei differenti miti.
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In Egitto vi fu una precedente Sacra Famiglia: Osiride, Iside e Horus ed anche una Immacolata Concezione (in una variante del mito di Osiride, Horus viene messo al mondo senza ricorrere alla sessualità, e in un'altra leggenda, raccolta da Plutarco, si autogenera a Edfu), una Eucarestia (la comunione osiridea con pane e vino), un Dio Supremo Uno e Trino e persino una Comunione dei fedeli nel corpo del Dio, compreso il tema della fusione mistica.
Osiride si fuse in un unico essere con il Dio Padre (Ra) e fu Salvatore degli uomini.
Ma la quantità di numi agrari e solari che seguono lo stesso modello è considerevole: Adone (Siria), Bacco (Italia), Prometeo (Grecia), Orfeo-Zagreo nei culti misterici e così via.

La mitologia comparata ha dimostrato sino a che punto vennero reinventati i dettagli del modello di base. La Maddalena, come la Iside egizia, vaga in cerca del Dio morto finché non lo trova; Iside resuscita Osiride, e Cristo risorto appare alla Maddalena dandole la novella del miracolo supremo.
Di fatto esiste una speculare simmetria, un incredibile parallelismo che riguarda persino i dettagli dei differenti miti.
In Egitto vi fu una precedente Sacra Famiglia: Osiride, Iside e Horus ed anche una Immacolata Concezione (in una variante del mito di Osiride, Horus viene messo al mondo senza ricorrere alla sessualità, e in un'altra leggenda, raccolta da Plutarco, si autogenera a Edfu), una Eucarestia (la comunione osiridea con pane e vino), un Dio Supremo Uno e Trino e persino una Comunione dei fedeli nel corpo del Dio, compreso il tema della fusione mistica.
Osiride si fuse in un unico essere con il Dio Padre (Ra) e fu Salvatore degli uomini.
Ma la quantità di numi agrari e solari che seguono lo stesso modello è considerevole: Adone (Siria), Bacco (Italia), Prometeo (Grecia), Orfeo-Zagreo nei culti misterici e così via.


Il Cristo eterno di Sant'Agostino

Tutti i grandi padri della Chiesa primitiva, la cui opera è conosciuta come patristica, conoscevano questi miti. A tale proposito, nei primi secoli della nostra era, si formarono due correnti opposte. Una, che si rifaceva a una tradizione rappresentata da San Giustino martire, sosteneva che questi miti erano parodie diaboliche ordite per proiettare dubbi sul Cristo e burlarsi del suo sacrificio.
L'altra, che può contare su rappresentanti prestigiosi come Sant'Agostino, credeva si trattasse di prefigurazioni profetiche ispirate da Dio per rivelare agli uomini il carattere universale e la legittimità divina della missione di Cristo.

Visto che l'irruzione di Dio nella storia, assumendo un destino terreno, era il fulcro del piano del creatore, non c'era niente di più logico e naturale che imprimere quest'immagine nella profondità dello spirito umano, facendo in modo che si esprimesse diverse volte nei sogni, nei miti e nelle trance mistiche.
Secondo Sant'Agostino la vera religione era sempre esistita «dall'inizio della razza umana, sino a che Cristo venne in un corpo, quando cominciò a chiamarsi cristiana, già esisteva».
Da questa sua prospettiva, comune ad altri celebri pensatori della patristica, Osiride - come il Prometeo greco - era una profezia ispirata da Dio.

È curioso osservare come questa polemica continua a persistere ancora oggi in seno al Cattolicesimo. Recentemente la Congregazione per la Dottrina della Fede, diretta dal cardinale Ratzinger, ha castigato con il regime del silenzio il sacerdote e teologo gesuita Jacques Dupuis per aver sostenuto idee coerenti con questa linea, nel suo libro "Verso una teologia del pluralismo religioso", mentre il cardinale emerito di Vienna, Franz Kòning, e altri 75 teologi cattolici si affrettavano a firmare una lettera di appoggio a Dupuis.

Il problema è vecchio e obbligò, a suo tempo, Sant'Agostino a ritrattare la dottrina del "Cristo Eterno". La chiave per comprendere il motivo di questa resistenza della gerarchia cattolica ad accettare tale tesi è semplice: facendolo si rinuncia al concetto secondo il quale non c'è salvezza al di fuori della Chiesa e, allo stesso tempo, si riconosce che esistono altre vie, anch'esse legittimate dalla rivelazione, per accedere alla verità di Dio.

Oltre a questa polemica interna, gli antecedenti mitici di Gesù provocano un altro dibattito, questa volta con il materialismo. Da una prospettiva profana e razionalista, gli antecedenti agrari e solari di Gesù vengono percepiti come prova del fatto che i Vangeli non narrano una storia reale, ma un mito che avrebbe usurpato l'esistenza storica di un maestro di saggezza: un profeta o un messia giudaico.


La psicologia
È possibile che il grande psicanalista Carl Gustav Jung - che non è sospettato di aver favorito il Cristianesimo - abbia apportato una soluzione in grado di evitare il falso dilemma di questa polemica.

Per Jung, infatti, esiste un Cristo pre-cristiano e pagano nella stessa misura in cui «Cristo non è tanto un fatto storico quanto un fatto psicologico che tende ad accadere di per sé stesso».

Vale a dire che l'universalità del mito si deve al fatto che si tratta di un archetipo della psiche profonda, impresso nell'inconscio collettivo e, pertanto, sorge spontaneamente di quando in quando nel simbolismo dei sogni, degli stati visionari, delle trance mistiche, dei miti, delle leggende e della poesia.

Da questo punto di vista, avremmo un Cristo eterno che si rivelerebbe a tutti gli uomini di tutte le culture grazie alla sua stessa condizione archetipica.
La sua sede sarebbe l'inconscio collettivo, del quale anche Jung arrivò a domandarsi se non era per caso lo stesso che, dalla loro esperienza mistica, altri chiamavano "Dio".
Ciò non esclude che Gesù di Nazareth incarnasse storicamente l'archetipo, data la sua tendenza a emergere e a esprimersi.
E ancora, è naturale che questo accada di tanto in tanto.


Studi che ricollegano i miti cristiani ai miti pagani


Charles François Dupuis, 1794, Origine de tous les Cultes ou La Religion universelle.
Nell’opera interpreta il Cristianesimo (e tutte le religioni) su basi astronomiche e mitologiche.

Count Volney, 1787, Les Ruines; ou, Méditation sur les révolutions des empires.
Lo studioso francese vedeva nell’antico Egitto gli elementi precursori del Cristianesimo.

Kersey Graves, 1875, The World's Sixteen Crucified Saviours.
Lo scrittore, un quacchero della Pennsylvania, svelò il cuore pagano dei falsari cristiani, pur spesso senza citare le sue fonti.

Abraham Dirk Loman, 1882, "Quaestiones Paulinae," in Theologisch Tijdschrift.
Questo professore di teologia di Amsterdam affermava che tutte le epistole risalgono al 2° secolo, presentando il Cristianesimo come fusione tra pensiero ebraico e quello romano-ellenico. Quando venne afflitto dalla cecità, Loman affermava che tale condizione lo aveva illuminato sulla storia oscura della chiesa!

Thomas William Doane, 1882, Bible Myths and their Parallels in Other Religions.
Altra opera sulle basi pagane dei miti e dei miracoli della Bibbia.

Samuel Adrianus Naber, 1886, Verisimilia. Laceram conditionem Novi Testamenti exemplis illustrarunt et ab origine repetierunt.
Uno studioso di letteratura classica che intravedeva nelle scritture cristiane i miti greci.

Edwin Johnson, 1887, Antiqua mater. A Study of Christian Origins.
Secondo il teologo radicale inglese i primi cristiani erano crestiani, seguaci di Chrestus che si era appropriato del mito di Dionysos Eleutherios ("Dioniso l’emancipatore"), per creare un Dio-uomo che si era autosacrificato.

Thomas Whittaker, 1904, The Origins of Christianity.
Affermava che Gesù era un mito.

William Benjamin Smith, 1906, Der vorchristliche Jesus. 1911, Die urchristliche Lehre des reingöttlichen Jesus.
Individua nell’isola di Cipro le origini di un culto pre-cristiano di Gesù.

Arthur Drews, 1910, Die Christusmythe (The Christ Myth). 1910, Die Petruslegende (The Legend of St Peter). 1924, Die Entstehung des Christentums aus dem Gnostizismus (Le origini gnostiche del Cristianesimo).
Il noto filosofo fu il principale esponente tedesco della teoria di Cristo come mito. Nei vangeli si era storicizzato un Gesù di stampo mistico tratto dalla tradizione profetica e dalla letteratura ebraica. La Passione si ritrovava nelle speculazioni platoniche.

John Robertson, 1910, Christianity and Mythology. 1911, Pagan Christs. Studies in Comparative Hierology. 1917, The Jesus Problem.
Robertson fece presente la natura universale di molti elementi della storia di Gesù in relazione ai rituali precristiani di crocifissione nel mondo antico. Individuava in Gesù/Giosué una antica divinità che aveva la forma di un agnello.

Alexander Hislop, 1916, The Two Babylons.
Esauriente saggio sui rituali pagani e altre usanze del Cattolicesimo.

Edward Carpenter, 1920, Pagan and Christian Creeds.
Uno studio sulle origini pagane del Cristianesimo.

James Frazer, 1922, The Golden Bough. Una interpretazione antropologica del percorso dell’uomo dalla magia, alla religione ed alla scienza; il Cristianesimo come fenomeno culturale.

John J. Jackson, 1938, Christianity Before Christ.
Osservazioni sui precedenti egiziani della fede cristiana.

Herbert Cutner, 1950, Jesus: God, Man, or Myth?
Sulla natura mitica di Gesù con un riassunto del dibattito tra i sostenitori dell’aspetto mitico e dell’aspetto storico. E’ da lungo tempo che si sostiene la natura mitica. Le origini pagane di Cristo.

Michael Kalopoulos, 1995, The Great Lie.
Lo storico greco esplora i notevoli aspetti paralleli tra i testi biblici e la mitologia greca.

Alvar Ellegard, 1999, Jesus One Hundred Years Before Christ.
Il Cristianesimo nasce dalla setta degli Esseni, Gesù essendo il prototipo del maestro di giustizia.

Timothy Freke, Peter Gandy, 1999, The Jesus Mysteries. 2001, Jesus and the Lost Goddess : The Secret Teachings of the Original Christians.
Studio del rapporto tra il racconto di Gesù e il mito di Osiride-Dioniso. Gesù e Maria Maddalena richiamano le divinità pagane del Dio-uomo e della dea-donna.

Burton Mack, 2001,The Christian Myth: Origins, Logic, and Legacy.
Il contesto sociale della creazione di miti.

Tom Harpur, 2005, The Pagan Christ: Recovering the Lost Light.
Lo studioso canadese del Nuovo Testamento, già sacerdote anglicano, ripresenta le tesi di Kuhn, Higgins e Massey. Gesù è una figura mitica, e tutte le idee essenziali del Cristianesimo derivano dall’Egitto.


Fonti: I Giardini Incantati Devon Scott
www.ilcalderonemagico.it
Ricerca interamente tratta, condensata e adattata da:
www.riflessioni.it/testi/radici_natale.htm
http://www.topsecret.naturalia.net/religio...rticolo=1&Pag=1
www.pbmstoria.it
www.jesusneverexisted.com
Luis G. La Cruz, tratto da: I Misteri di Hera, monografie, Gesù, L'uomo, L'iniziato, Il Dio - Autori Vari, Ed. Hera periodici, Agosto 2004
Le radici pagane del Natale di Elena Savino – 2004 - Jubal editore
Suns of God: Krishna, Buddha and Christ Unveiled. di D. Murdock ('Acharya S'), 2004

Feste Pagane

lunedì 25 ottobre 2010

Riti di Novembre

✖ I Riti di Novembre ✖



Feste dal Calendario Pagano
01 novembre. Samhain.
02 novembre. Festa di Loki. Festa degli Antichi Spiriti. Festa di Epona.
11 novembre. Festa di Sucellus
16 novembre.Festa di Bastet- Ecate
18 novembre. Festa di Artia. dea Orsa della fecondità
19 novembre. Lctistrenia Cybeles: festa di Cibele
21 novembre. Festa di Hator
22 novembre. Festa di Plutone e Proserpina
23 novembre. festa di Artemide calliste
24 novembre. Giorno dei Desideri
25 novembre. Giorno del Sambuco.
26 novembre. Festdi Sekmeth
30 novembre. Festa di Diana.


Feste Pagane: Stregheria Italiana - Sabba
Calenda(Nome celta: Shamain,Halloween, ShadowFest, Martinmas, Old Hallowmas):[Ottobre 31] L'ultimo raccolto.La notte vince sul giorno, e la Dea muore per rinascere sotto forma di Dio.Gli ultimi frutti possono essere raccolti, ma si tratta della spoliazione che prelude l'arrivo della morte purificatrice e buia. Noi capiamo in questo giorno che nulla e' eterno e che la vita e' un ciclo di morte rinascita.E' il momento forse piu' magico e significativo dell'anno per noi. In effetti, questa festività' fu un bel grattacapo per i cristiani, in quanti si ostino' a resistere nonostante le repressioni.Per quanto si sia inventata una festa ad hoc (i cristiani NON hanno MAI avuto culti dei morti o degli spiriti nella loro cultura) quale la festa dei morti essa continua ad essere ricordata come la "Festa delle streghe".
Sono favorite le evocazioni e tutti i riti volti alla restituzione dei torti subiti.
E' il capodanno pagano. Fine dell'estate e inizio dell'inverno per i Celti, inizio del nuovo anno... il passaggio forse piu' importante. Questa festa viene anche considerata la terza ed ultima festa del Raccolto.
In questo avvenimento, la Dea si addormenta e lo scettro passa al Dio, ormai vecchio e in declino, nella stagione invernale. Anche la natura sembra morire, ma si ridesterà' la stagione successiva, tornando alla vita insieme alla Dea.
Per alcune tradizioni, la Dea non si addormenta, ma discende nella terra, lontana dalla luce, assumendo l'aspetto oscuro che caratterizzerà' l'inverno. In altre tradizioni, questa celebrazione corrisponde alla "morte" del Dio, che rinascerà' poi al Solstizio d'Inverno, dal grembo della Dea.

Nell' Area mediterranea il periodo dei primi freddi autunnali era dedicato ovunque al culto dei morti. Gia nell antico Egitto la tradizione vi collocava l'uccisione di Oriside da parte del malvagio fratello Seth. Presso i celti il primo novembre, Samhain( la fine dell' estate), era il capodanno, il "Tempo nero": una giornata importantissima, che non appartena ne all anno che finiva ne a quello che stava per cominciare, in cui cadeva ogni barriera tra i vivi e i morti e i due mondi potevano comunicare. Coloro che non si erano reincarnare potevano tornare in questo momento e rivedere i luoghi e le persone; si diceva che chiunque volesse incontrare i propri cari defunti poteva scoperchiare il sepolcro ed entrarvi: l'unica condizione era rimanere nell aldilà per un anno, fino al successivo Samhain. Si correva un solo pericolo: che i defunti decidesse di tenersi vicina la persona amata e le impedisse di tornare tra i vivi.
Samhain chiamata anche festa delle ombre, delle anime morte, dell Altro Mondo, era un momento di passaggio, il migliore per i riti di divinazione. Al tramonto di spegnavano tutti i fuochi, poi si accendeva un falò e da questo ogni capo famiglia infiammava la torci per riaccendere il fuoco nel focolare domestico, che non veniva mai lasciato spegnere per il resto dell anno. I sacerdoti celebravano cerimonie per tre giorni durante , nei quali si entrava in stretto contatto con le divinità: nel primo si commemoravano gli eroi, nel secondo i defunti, e nel terzo si tenevano fiere, giochi, corse di cavalli, riunioni conviviali e si gioiva per la fine delle ostili;era usanza infatti sospender le guerre durante il freddo.
Samhain è l'unica ricorrenza che non ha un carattere prettamente agrario., l'animale consumato nei banchetti era il maiale, animale sacro e simbolo di prosperità e sovranità, l'idromele era una bevanda tipica insieme alla birra e donava immortalità.
In Irlanda era il giorno riservato alla consacrazione di un nuovo re(se moriva il precedente)la festa che seguiva durava anche una settimana, e santificata con il sacrificio di un toro bianco aigli dei.
Da solenne ricorrenza Samhain si trasformò in Halloween, commerciale e simile a un secondo Carnevale, ma la parola Halloween ha origine cattolica; il primo novembre, giorno dedicato ai santi, veniva festeggiato con falò perché la luce splendesse incutendo timore agli spiriti che vagavano nell' aria affinché stessero lontani.
Le persone si mascheravano per non essere riconosciute e portate via da streghe e spiriti. In inglese tale giorno era dello All Hallows' Day e come tradizione celtica voleva la festa cominciava al tramonto, quindi la vigilia di Ognissanti era detta All Hallows' Eve da cui Halloween.



Rito della creatività

Per incrementare le vostre possibilità in ogni campo, alle tre del mattino del primo novembre accende una candela viola e una verde. Mettete delle foglie di salvia (meglio se fresche, ma vanno bene anche secche) sopra il vostro tavolo, in un contenitore naturale (un pezzo di corteccia, una pietra concava, una conchiglia, mezza noce di cocco) Tra le Candele mettete un vaso con un mazzo di fiori gialli ; poi dite tre volte:

La creatività dell' universo
appaia davanti a me.
Apro i mie occhi e il mio cuore
Per ricevere ogni potenzialità e ispirazione.
Che in me scorra il flusso dell opportunità.
Che questo sia fatto.
piaccia che cosi sia.


Spegnete le candele con due dita inumidite; lasciate pure appassire i fiori prima di buttarli, ma buttate via entro tre giorni la candela e la salvia in acqua corrente.


Riti specifici

Come impiegare il tempo prima del Solstizio d'inverno? I romani avevano le feste in onore di Nettuno, dio del Mare; le Termali, feste di buon augurio perché l'inverno non fosse troppo rigido; i sacrifici di animali nel Foro Boario. I Cattolici celebrarono la festa di san Martino, popolarissimo in Francia, il glorioso cavaliere che tagliò in due il suo mantello per coprire un povero che tramava di freddo in una giornata gelida e fu ricompensato con un caldo sole (il periodo è quindi noto come" Estate di Martino).
Noi, in attesa del magico Dicembre, facciamo un momento di pausa. In questo periodo le streghe sono solite " tirare il bilancio" dell' anno che sta per finire; forse vi chiederete perché questo non si fa la notte si San Silvestro, quando l'anno finisce e ne comincia uno novo, ma i tempi e le stagioni della magia non corrispondono esattamente alle stagioni canoniche. In particolare , è tradizione invocare cambiamenti positivi nella propria vita.


Rituale del cambiamento

Serve a importare un cambiamento di vita in positivo e ricambiare la buona sorte.
L'incantesimo si comincia in una notte di Luna Piena, a partire dalla seconda settimana di Novembre e non oltre il 21 dicembre. Occorrono una candela color argento
( che rappresenta la fine della cattiva fortuna), una nera (che rappresenta tutte le negatività della vostra vita), una di colore arancio (che propizia il cambiamento) una rossa cupo( che rappresenta l'arrivo della buona fortuna) e una candela che vi piace (che deve rappresentare voi stessi). Mettete sul tavolo il panno e cinque piattini in fila davanti a voi. Sui piattini metterete le cinque candele in questo ordine, a partire da sinistra : quella che vi rappresenta, la nera, l'argento, l'arancio e infine quella rosso cupo. A destra ponete l'incensiere, a sinistra un mazzo di fiori rosa freschi.
Fumigate la stanza con incenso mescolato a legno di cedro del Libano , per almeno quindici minuti.

Accendete la candela che vi rappresenta e dite:
Questa candela sono io e tutto quello che li rappresenta

Per seconda accendete la candela nera e dite:
Questa candela è il simbolo di tutte le cose negative della mia vita: la cattiva sorte si scioglierà come la cera di questa candela.

Per terza la candela color argento:
Questa candela porterò con se tutti i residui di sfortuna, che si dissolveranno nell' infinito.

Per quarta la candela arancio:
Questa candela rappresenta la luce che sarà portata nella mia vita dai cambiamenti positivi. Attendo la fortuna e la benedico.

Per ultima la candela rosso cupo e dite:
Questa candela rappresenta l'energia dell' universo, che io chiamo perché mi aiuti a cambiare in positivo la mia vita.

Concentratevi e ripetete nove volte:
Ti attendo , cambiamento, e yi do il benvenuto nella mia vita.

Lasciate bruciare le candele fino alla fine. Ripetete il rito per nove giorni, poi buttate tutto in acqua corrente entro sette giorni.




Festa di Epona 2 Novembre

Epona potrebbe essere la personificazione di un antico culto reso ai cavalli, un culto comune ai popoli venuti dalle praterie dell'Asia centrale: popolazioni tribali venute dall’oriente, che si espansero lungo la valle del Danubio in Europa centrale ed occidentale, popolazioni tra le quali non sorprenderebbe la venerazione di una divinità legata ai cavalli, perché gli equini erano vitali per un popolo errante (finché non emergono reperti precedenti, si può ipotizzare circa 4.500 anni fa in Europa l’addomesticamento più antico del cavallo, ad opera dei pastori che abitavano l’attuale Ucraina, fra Polonia e Romania. A rivelare la data approssimativa sono stati resti ossei di cavalli datati con il carbonio, rinvenuti sepolti insieme a manufatti per equini, come - per esempio - un morso in corno di cervo).

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Le popolazioni tribali associavano le energie maschili della natura con gli animali cornuti: da qui le divinità maschili taurine e caprine. Gli equini venivano invece collegati con le funzioni femminili di consolidazione e di fertilità.

Epona è per antonomasia la divinità femminile protettrice dei cavalli. Il suo nome deriva infatti dalla parola celtica "epos" che significa appunto "cavallo" - “epa” al femminile, cavalla.

Per i celti il cavallo era molto importante, al punto tale che essi non ne mangiavano per alcun motivo le carni.
Epona era una delle divinità più venerate e, tra le sue altre funzioni, conferiva la sovranità.
La "Dea dei cavalli" celtica racconta di un popolo dalla mentalità profonda, legato ad una concezione magica del creato e alla tradizione dei rituali druidici.

Il culto di Epona era diffuso soprattutto in Gallia e in Renania tra le tribù degli Edui, dei Lingoni e dei Treveri, ma comparve anche in aree più remote come la Britannia e l'Iberia. Anche in Romania ed in Iugoslavia si sono trovate delle iscrizioni che la citano come divinità.
I re irlandesi celebravano una cerimonia della “nascita simbolica” da Epona sotto forma di un puledro bianco, durante le cerimonie di proclamazione della loro regalità. In altre cerimonie, gli stessi re si “coniugavano ritualmente” con la dea Epona nel matrimonio sacro, per legittimare il proprio potere.
Epona è l’unica dea celtica adottata dai romani.

È possibile che la sua comparsa in Britannia sia collegata alla presenza delle truppe legionarie romane ma è, senza dubbio, una divinità celtica e si presuppone che le varie tribù celtiche della Britannia venerassero già da tempo una divinità femminile benigna, connessa con i cavalli ed il possesso di beni materiali, che era portatrice di salute e fecondità alle cavalle e donatrice di benessere ai semplici.

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La dea poteva assumere l'aspetto di una donna, di una cavalla, oppure quello di un fiume in piena; le sue immagini compaiono in molti contesti celtici, ma ci sono molte variazione e localizzazioni. Infatti, se è vero che la sua adozione come dea romana ha contribuito a spargere il suo culto in tutto il territorio dell’Impero, il fatto stesso rappresenta un importante esempio dell’influenza celtica sulla civilizzazione romana: Epona era l'unica dea celtica importata ufficialmente a Roma dove ha avuto anche in suo onore un festival.
Alcune epigrafi indicano che molti suoi devoti erano membri delle unità di cavalleria (nonostante normalmente fossero le divinità romane maschili ad essere associate ai cavalli e la cavalleria fosse certamente un dominio maschile a Roma). Infatti più che una “dea della cavalleria romana” era la protettrice di chiunque lavorasse o avesse rapporti d'affari concernenti i cavalli.

La dea comunque presiedeva soprattutto la salute e la fertilità degli animali. Montava lateralmente, alla maniera antica femminile e niente, nel linguaggio figurato, consente di definirla una divinità di guerra. Epona reggeva spesso oggetti di fertilità e nutrimento, piuttosto che armi: un piatto da cui un puledro si alimenta, della frutta o una cornucopia. Veniva rappresentata sempre in compagnia di uno o più cavalli, con ceste di grano o frutta ai suoi piedi, in alcune raffigurazioni portava appesa alla cintura una chiave come simbolo della sua capacità di aprire le porte dell'oltretomba e di favorire così la "rinascita".
Epona era associata anche all'acqua dei fiumi e al latte, nutrimento essenziale per i Celti ed - oltre che ai cavalli - agli asini, ai muli e ai buoi.

Il simbolo del cavallo con un cavaliere in groppa è uno psicopompo del viaggio finale delle anime.
Nel regno della vita e in quello della morte, Epona è un simbolo di indipendenza, di instinto e delle capacità vitali di consolidamento e di intuito.
Rappresenta anche il carattere dei cavalli: gioia di vivere, indipendenza e potenza di natura.
Epona è spesso associata alle dee Rhiannon del Galles e Macha dell’Irlanda: in tutte le leggende legate a queste due divinità sono ritratte le qualità eroiche femminili, pronte alla dedizione.
Nel medioevo cristiano la figura di Epona era ancora venerata come santa protettrice dei cavalli mentre il simbolo del cavallo bianco è stato assorbito dall’iconografia cristiana come simbolo di purezza e tuttora molti santi sono raffigurati su cavalli bianchi.
Come dea lunare, Epona tiene tra le mani una cornucopia, simbolo di abbondanza e di energia vitale. Spesso nutre i cavalli con frutta, mais o con mele ed è sempre ritratta a fianco di almeno un cavallo, oppure sulla sua groppa. Spesso è con un gruppo numeroso di cavalli. Altre volte la si vede in compagnia di un puledro che mangia tra le sue mani da una patera o che dorme vicino agli zoccoli della cavalla da lei montata.
E’ comune che compaiano dei cani o degli uccelli che la seguono. Gli uccelli spesso sono tre, si dice provenienti dall’aldilà, “dalla patria degli dei”, e che la loro canzone abbia la forza magica di far risuscitare dalla morte o di guarire dalla tristezza e dal dolore.
A volte è nuda, a volte indossa un ampio mantello.
C’era un santuario dedicato a lei in Borgogna, una regione particolarmente ricca di sue immagini.
Una statua di Epona proveniente da Alesia nell’est della Francia (uno dei suoi centri di culto originari) è un esempio del suo modo di montare lateralmente all’antica maniera femminile.
Ci sono inoltre statue che la mostrano insediata in un trono, con due puledri di lato (Epona da Schwarzenacker).
Spesso intorno alle sue immagini vi sono delle rose e sappiamo da Apuleio (L’asino d’oro) che le rose fresche venivano offerte sui suoi altari all’interno delle scuderie. L'abitudine di piantare rosai vicino alle scuderie era diffusa in Italia fino ad inizio del secolo... ma la rosa di Epona è la Rosa Canina, selvatica.
Era venerata anche sotto l’aspetto di cavalla bianca, molto probabilmente perché il bianco è stato sempre considerato un colore "puro", con connotazioni spirituali profonde, ed anche perché nei cavalli era raro.
Il culto del cavallo certamente si era sparso in Gran Bretagna dall'età del bronzo. La più famosa delle antiche raffigurazioni equine, il cavallo bianco di Uffington, è stato datata intorno 1400 a.C.

Questa figura intagliata in profondità nel gesso solido di una collina del Berkshire, descrive la sagoma stilizzata di un cavallo, unita ad elementi di uccello e di drago.

Molti ipotesi sono state fatte sulla provenienza di questa figura, alcune collegate ad una grande sconfitta dei danesi, ma soprattutto alle figure mitiche dei principi Hengist e Horsa ("stallone" e "cavalla"), tuttavia è possibile che il culto del cavallo fosse presente in questo luogo dal periodo neolitico.
Il cavallo di Uffington è abbastanza chiaramente femminile (come sono tutte le raffigurazioni antiche di cavalli bianchi in Britannia).

Era venerata anche sotto l’aspetto di cavalla bianca, molto probabilmente perché il bianco è stato sempre considerato un colore "puro", con connotazioni spirituali profonde, ed anche perché nei cavalli era raro.
Il culto del cavallo certamente si era sparso in Gran Bretagna dall'età del bronzo. La più famosa delle antiche raffigurazioni equine, il cavallo bianco di Uffington, è stato datata intorno 1400 a.C.

Questa figura intagliata in profondità nel gesso solido di una collina del Berkshire, descrive la sagoma stilizzata di un cavallo, unita ad elementi di uccello e di drago.

Molti ipotesi sono state fatte sulla provenienza di questa figura, alcune collegate ad una grande sconfitta dei danesi, ma soprattutto alle figure mitiche dei principi Hengist e Horsa ("stallone" e "cavalla"), tuttavia è possibile che il culto del cavallo fosse presente in questo luogo dal periodo neolitico.
Il cavallo di Uffington è abbastanza chiaramente femminile (come sono tutte le raffigurazioni antiche di cavalli bianchi in Britannia).


La devozione

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La protezione degli equini non è il solo campo di azione di Epona. Come dea dei cavalli Epona aveva speciale forza e significato, era simbolo di regalità, d’importanza e valore materiale. Molte immagini la descrivono come dispensatrice di nutrimento e la cornucopia dell’abbondanza, che ricorre nella sua iconografia, estende il suo potere in tutti i campi della prosperità.

Inoltre ha grandi poteri terapeutici connessi con la sofferenza degli animali di cui è protettrice, ma anche con la protezione degli esseri umani che con gli stessi animali hanno frequentazioni.

Epona è sicuramente stata in origine una dea dei cavalli, ma la sua funzione, oggi, include i poteri delle acque risanatrici, il nutrimento delle creature, e la custodia del riposo delle anime dei morti. Per analogia, inoltre è protettrice di tutte le creature forti e amanti della vita selvaggia, sportiva, dell’immersione nella natura, di chi ama correre e saltare, viaggiare o intraprendere un cammino (anche spirituale), di chi è forte e indipendente, di chi possiede uno spirito indomito.

Purtroppo non è rimasto niente degli antichi miti a lei connessi, tanto che addirittura sembra che il suo culto non avesse misteri speciali (pur essendo molto popolare), ma anche se le fonti storiche del suo culto passato sono perdute, non è difficile capire QUANDO ci può essere vicina: in tutte le donne esiste una creatura selvaggia e forte, molto potente anche se sommersa, che aspira a correre nel vento libera, annusando i profumi dei fiori. E in tutti gli uomini c’è una potenza serena e costante, una forza pacifica, tranquilla e invincibile nascosta sotto gli strati culturali.
Queste creature, piene di energia senza stress, che vivono profondamente sotto la nostra pelle di tutti i giorni, devono molto a Epona e da lei sono nutrite: a lei il potere di farle emergere!
epona

Con la rinascita di interesse nella “Vecchia Religione”, le basi per la nuova religione Wicca poste da Gardner nello scorso secolo e la relativa rivalutazione del divino al femminile, Epona potrebbe cominciare a riemergere dalle ombre riprendendo il suo legittimo posto nella nostra spiritualità, dopo gli anni di esilio che sono stati riservati a tutte le divinità più antiche.

La Meditazione

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Per avvicinarsi a Epona il modo più efficace è di cercare un maneggio; ormai ce ne sono quasi dappertutto (ma cercatene uno dove i cavalli siano amati e bentrattati!).

Generalmente i visitatori sono ben accetti, se educati. Dopo qualche visita non vi sarà difficile accarezzarli mentre sono nei box, a riposo e sporgono la testa curiosi di voi: il probabile vostro senso iniziale di timore sarà superato dall’attrazione per la loro quieta bellezza.

Offrite loro delle mele. Abbracciatene uno, meglio se femmina, sentite la flessibilità del suo collo, la forza immensa e dolce dei muscoli. State in ascolto. Guardate i suoi occhi dolcissimi e profondi, invocate su di voi il suo spirito: la potenza di Epona.
Magari continuerete così per altre visite, magari vi verrà voglia di concedervi una lezione e di montarlo…

In alternativa, se non c’è maneggio o avete timore insuperabile dei grandi animali, concedetevi una bella corsa a piedi in un prato, saltellando come quando eravate piccoli, nitrite, sbuffate, saltate, scalciate, mettetevi al trotto e al galoppo… sentitevi liberi e selvaggi, forti, sudati e felici!

Neanche questo vi convince?
Allora provate con una poesia:

Dove nel vasto mondo c’è aristocrazia senza arroganza?
Dove l’amicizia senza l’invidia?
Dove la bellezza senza vanità?
Qui dove la grazia si accoppia con la forza,
e la violenza viene domata dalla dolcezza.
Il regno del cavallo.



Il mito

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Nessun mito vero e proprio di Epona è sopraggiunto a noi. Secondo una leggenda pare che fosse la figlia di una cavalla e di un uomo e che, diventata dea, poteva ammettere la forma umana o quella equina indifferentemente.
Il suo cavallo era magico poiché, per quanto il suo passo apparisse lento e regolare, i cavalli più veloci non erano mai in grado di raggiungerlo e magica era pure la sua cornucopia, simbolo di fertilità e prosperità, che elargiva nutrimento senza mai svuotarsi.



Festa di Bastet 16 Novembre


La dea Felina Bast è una dea Egiazina

Io raccolgo la magia da ogni luogo e da chiunque la possegga,
veloce come il levriero, rapida come la luce...
La magia che crea la forma, che viene dal grembo della Madre,
la magia che invoca Dio, che viene fuori dal silenzio;
la magia che riscalda Dio, che viene dalla Madre.
Ora questa magia mi viene data da ogni luogo
e da ogni persona che la possiede,
veloce come il levriero, rapida come la luce."

Libro dei Morti - cap. XXIV


La Dea egizia Bast - dalle forme feline e da sempre "amica degli amici" dei gatti - è antichissima. Nei testi più datati figura come generata da Ra, il dio Sole, insieme alla sorella Sekhmet, mentre in testi successivi appare come figlia di Iside e Osiride, sorella gemella di Horus e, talvolta, come sua moglie (anche se spesso come moglie di Horus viene indicata Hathor oppure Sekhmeth).

Bast è madre del dio dalla testa di leone Mihos.

La profezia egizia secondo la quale Horus ritornerà per restaurare il ciclo solare del padre, con l'aiuto di sua moglie Bast, rispecchierebbe l'avvento dell'Era Acquariana.

È conosciuta con i nomi Bast, Ba en Aset, Bastet, Pakhet, Pasht, Pasch, Ubastet, Ubasti oppure più comunemente Bastet, anche se questo nome le dovrebbe essere riservato solo quando appare in forma di gatto.

La forma piú antica del suo nome - menzionata in documenti che risalgono al 3000 a.C. - è Pasht, però il suo culto arrivò a toccare l'apice in dinastie successive. Il culto di Bastet , che perdurò fino al settimo secolo d.C., era incentrato a Bubastis, una città localizzata nella regione sud-est del delta del Nilo che fu capitale durante la XXIII dinastia. Bubastis è il suo nome greco: il nome originario era Pwr-Bast o Pwr-Bastet. In egiziano pwr può essere tradotto come "casa" o "regno", quindi Bubastis era nota come Casa di Bast.

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Nel tardo periodo Bubastis fu capitale dell'Egitto per una dinastia e fu resa famosa da Erodoto - nel IV secolo a.C. - quando egli descrisse nei suoi Annali una delle festività che vi avevano luogo e che attirava devoti da tutto il paese.
Secondo Erodoto alla festa annuale di Bastet di fine ottobre partecipavano 700.000 persone che raggiungevano la città viaggiando su chiatte, suonando e cantando e facendo fluire in dilagante allegria il suono dei flauti e degli strumenti a percussione: "Si consumava più vino in quei giorni di baldoria che nel resto dell'anno".
Da una iscrizione che risale a Ramses IV, si viene a sapere che durante la festa della Dea era severamente proibito cacciare il leone.

Vi sono state, in Egitto, diverse città che hanno ospitato importanti e influenti templi dedicati al culto di Bast, come Memphis (Mennefer), Heliopolis (Iunu) e Herakleopolis (Henen-nesut) e tracce del culto di Bastet sono state rinvenute nell'Italia meridionale, specialmente a Pompei; nessuna città, però, le fu più sacra di Bubastis.
A Bubastis, distrutta dai Persiani nel 350 aC., gli scavi archeologici nelle rovine di Tell-Basta (il suo nome attuale) hanno fruttato molte scoperte, incluso un cimitero di gatti sacri mummificati.

Esiste una connessione fra Bast e le divinità dalla testa leonina o felina come Tefnut, Sekhmet (leonessa) o Mafdet (ghepardo) ed una relazione con altre dee in forma animale, come Wadjet, la dea-serpente e Hathor la dea mucca.

A partire dalla II Dinastia (approssimativamente 2890-2686 a.C.), Bast veniva raffigurata come un gatto del deserto, oppure come un grande felino: leonessa o pantera. Venne associata al gatto domestico solo intorno al 1000 a.C., e si pensa che fosse quella l'epoca in cui gli egizi iniziarono ad addomesticare i gatti.

Gli egizi divennero talmente devoti alla dea Bastet e ai gatti che promulgarono leggi per impedirne l'esportazione al di fuori dal regno, ma i mercanti fenici riuscirono a contrabbandarne alcuni nei paesi del Mediterraneo dove si diffusero ampiamente.
Poiché i gatti erano considerati semidei, in Egitto chi attentava alla loro vita era severamente punito.

Ascoltando le testimonianze storiche e osservando i molti reperti archeologici di questa divinità è facile rendersi
conto di come era considerata:

Nel tardo periodo Bubastis fu capitale dell'Egitto per una dinastia e fu resa famosa da Erodoto - nel IV secolo a.C. - quando egli descrisse nei suoi Annali una delle festività che vi avevano luogo e che attirava devoti da tutto il paese.
Secondo Erodoto alla festa annuale di Bastet di fine ottobre partecipavano 700.000 persone che raggiungevano la città viaggiando su chiatte, suonando e cantando e facendo fluire in dilagante allegria il suono dei flauti e degli strumenti a percussione: "Si consumava più vino in quei giorni di baldoria che nel resto dell'anno".
Da una iscrizione che risale a Ramses IV, si viene a sapere che durante la festa della Dea era severamente proibito cacciare il leone.

Vi sono state, in Egitto, diverse città che hanno ospitato importanti e influenti templi dedicati al culto di Bast, come Memphis (Mennefer), Heliopolis (Iunu) e Herakleopolis (Henen-nesut) e tracce del culto di Bastet sono state rinvenute nell'Italia meridionale, specialmente a Pompei; nessuna città, però, le fu più sacra di Bubastis.
A Bubastis, distrutta dai Persiani nel 350 aC., gli scavi archeologici nelle rovine di Tell-Basta (il suo nome attuale) hanno fruttato molte scoperte, incluso un cimitero di gatti sacri mummificati.

Esiste una connessione fra Bast e le divinità dalla testa leonina o felina come Tefnut, Sekhmet (leonessa) o Mafdet (ghepardo) ed una relazione con altre dee in forma animale, come Wadjet, la dea-serpente e Hathor la dea mucca.

A partire dalla II Dinastia (approssimativamente 2890-2686 a.C.), Bast veniva raffigurata come un gatto del deserto, oppure come un grande felino: leonessa o pantera. Venne associata al gatto domestico solo intorno al 1000 a.C., e si pensa che fosse quella l'epoca in cui gli egizi iniziarono ad addomesticare i gatti.

Gli egizi divennero talmente devoti alla dea Bastet e ai gatti che promulgarono leggi per impedirne l'esportazione al di fuori dal regno, ma i mercanti fenici riuscirono a contrabbandarne alcuni nei paesi del Mediterraneo dove si diffusero ampiamente.
Poiché i gatti erano considerati semidei, in Egitto chi attentava alla loro vita era severamente punito.

Ascoltando le testimonianze storiche e osservando i molti reperti archeologici di questa divinità è facile rendersi
conto di come era considerata:

PROTETTRICE DEI GATTI DOMESTICI

Gli egizi addomesticavano i gatti per proteggere le granaglie e le provviste alimentari dai roditori. Inoltre il gatto è uno dei nemici naturali dei serpenti, allora molto diffusi e temuti (sebbene anch'essi considerati sacri).
Probabilmente in origine Bast era proprio una forma divinizzata del gatto (o della gatta) e l'antropomorfizzazione che la vede con corpo di donna e testa di gatto venne in un secondo tempo. Grazie alle sue qualità feline Bast era protettrice della casa, delle granaglie e delle messi, protetrice dai serpenti velenosi, dea della prosperità e della ricchezza.
Bastet risponde sempre alle invocazioni di soccorso per la salute o l'integrità dei gatti.
Nel mondo latino a volte era nominata nella forma plurale “Eponabus”, che sembra essere un'indicazione di appartenenza al gruppo delle “dee triplici”.

PROTETTRICE DELLE DONNE, DELLE FAMIGLIE E DEI BAMBINI

Le gatte erano assimilate alla Luna: le loro pupille feline subiscono grandi variazioni al mutare della luce, tanto da ricordare le fasi di espansione e riduzione del nostro satellite. "Gli egizi hanno osservato negli occhi di un gatto le varie fasi lunari perchè con la luna piena splendono di più mentre la loro luminosità diminuisce con la luna calante e il gatto maschio muta l'aspetto dei suoi occhi anche in relazione al sole; infatti, quando il sole sorge, la sua pupilla è allungata; verso mezzogiorno è rotonda e la sera non si vede affatto e sembra che l'intero occhio sia omogeneo". (Edward Topsell)
Gli egizi conoscevano gli influssi della Luna sul mondo femminile e la sensibilità delle donne e dei gatti alle manifestazioni magnetiche ed elettriche. Il monumento che più esprime la natura segreta e misteriosa di queste due creature è la Sfinge di Giza, con corpo felino e testa di donna.
Come divinità delle Donne, dunque Bast era anche Dea dell'Amore, protettrice delle famiglie, della fecondità, delle nascite, dei bambini, della gioia.
Nella sua mano sinistra, veniva raffigurato spesso un amuleto sacro a forma di occhio di gatto, l'utchat (l'occhio di Ra, il dio Sole), che aveva poteri magici e indicava il potere di vedere le cose visibili e invisibili.
Questo amuleto veniva riprodotto nelle decorazioni nei templi e delle case, dove proteggeva da furti, malattie ed incidenti, ed anche nei gioielli per la protezione personale. Infatti, se portato al collo, proteggeva i viaggiatori e se veniva regalato agli sposi era auspicio di molti figli.
Molto probabilmente dalla parola utchat derivano la maggior parte dei nomi usati in varie lingue per identificare il gatto: gatto, cattus, gatus, gatous, gato, katt, katte, kitten, ecc.

SIGNORA DELLA MUSICA, DEL CANTO E DELLA DANZA

Come i gatti sono amanti della vita comoda, dei piaceri e del gioco, così erano anche gli egizi: Bast era una divinità gioiosa e amabile, patrona delle attività piacevoli e del divertimento.
In questa veste fu la signora delle arti musicali, della danza e del canto, che non mancavano mai durante le sue celebrazioni.
Come Dea delle Arti Musicali e delle Feste il suo attributo era il sistro sacro.
Poiché alle sue feste non erano ammessi i bambini si presume che il suo culto contemplasse molte libertà sessuali e la ricerca del piacere.
Un'altra particolarità di Bast era la predilezione per i profumi.

DEA DELLA VERITA'

Come i misteriosi gatti che sembrano conoscere tutto del mondo anche Bast era considerata la depositaria della Verità.
Una curiosità: pare che anticamente le donne lesbiche fossero conosciute come donne estremamente sincere e capaci di sostenere sempre la verità, per cui Bast era considerata Signora delle donne lesbiche.


IL SUO DOPPIO, SEKHMETH

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Un aspetto importante di Bast era l'essere sorella gemella di Sekhmet, dea raffigurata come una donna con la testa di una leonessa e, anch'essa con l'utchat come attributo..
Ma mentre, nel binomio, Sekhmet rappresenta il lato distruttivo e oscuro della dea e le forze disgreganti che agiscono negli umani e nella natura, Bast impersona gli aspetti creativi e vivificanti speculari. Insieme, le sorelle gemelle rappresentano l'equilibrio tra la luce e l'ombra, il creativo e il distruttivo, il bene e il male: in pratica l'armonia del Cosmo.
Bast e Sekhmet sono un interessante esempio della dualità che permeava la cultura egiziana: Bast era una Dea del Basso Egitto (il nord, il delta) mentre Sekhmeth proveniva dall'Alto Egitto (la Nubia). La loro sorellanza oltre che dell'armonia cosmica era simbolo dell'Unione dei Due Regni.
Secondo H.P. Blavatsky "[Bast] È chiamata anche Beset o Bubastis, ovvero il principio che riunisce e quello che separa".

Bast era espressione della magia della vita, della lungimiranza, della fertilità e della prosperità dei felini, mentre Sekhmet ne rappresentava la potenza (anche in guerra), l'abilità e la chiaroveggenza: veniva infatti interrogata dai sacerdoti per conoscere i piani del nemico e quindi aiutare i soldati in battaglia.
Quando le due sorelle sono affiancate le loro forze sono in equilibrio, mentre - in mancanza di una di esse - vi è la separazione, la disarmonia. Così gli aspetti estremamente positivi, femminili, amorevoli di Bast bilanciano l'aggressività di Sekhmet, mentre la vitalità e la potenza di Sekhmeth danno nerbo a una delle dee più aggraziate e femminili del pantheon egizio.


MEDITAZIONE DI BASTET

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È una meditazione adatta alle donne. Mettete sull'altare l'immagine della Dea o di un gatto; ponete sui due lati delle candele (viola, blu o argentate) e fiori profumati, bianchi, blu o viola

Avrete anche bisogno di una piccola candela del colore che in questo momento vi rappresenta meglio; mettetela di fronte all'immagine di Bastet.
È opportuno avere delle essenze, incenso o profumi, perché la Dea li gradisce: tradizionalmente Bast è vista come una dea dolce che ama la musica, la danza e il profumo. È dea dell'amore e della gioia, ama le coccole e le carezze, i lussi.
Tuttavia è meglio ricordarsi che, proprio come i gatti, lei ha un lato difficile, enigmatico ed anche aggressivo (rappresentato nel suo doppio Sekhmeth).

Chiudete gli occhi e respirate profondamente per qualche minuto rilassandovi con la vostra tecnica abituale. Quando siete completamente rilassate, aprite gli occhi, guardate per un po' di tempo la fiamma della vostra piccola candela. Poi chiudete di nuovo gli occhi, svuotate la mente e osservate il buio e il vuoto. Immaginate una nebbia nell'oscurità che comincia a muovere il buio intorno a voi. Guardate i vortici, ascoltate il silenzio.


A poco a poco, la nebbia si dissipa.
Non appena si cancella, si rivela al vostro occhio interiore un paesaggio desertico di sabbia rossastra.

Nelle vicinanze, si vedono le possenti colonne di un tempio.
Passeggiate verso il tempio sentendo il calore della sabbia sotto i piedi e il sole caldo sul corpo.

Ora osservate: come siete vestite? Osservate cosa vi circonda e prendete nota di tutti i dettagli. Usate il vostro occhio interiore per osservare l'ambiente che vi circonda. Cosa potete vedere?
Rendete reale nella vostra mente il luogo che state attraversando.

Arrivate alla base del tempio e vi prendete un po' di tempo per esaminarlo. Ci sono incisioni e bassorilievi sui muri o è disadorno?

Fate un respiro profondo e annusate l'aria. Odore d'incenso e profumi arrivano dal tempio, inebrianti, riempiono il naso... la testa.
Si sente smorzata una musica dolcissima, l'armonia dei flauti, il ritmo dei tamburi. Tutto questo vi attira.

Entrate dall'ingresso principale, attraversate un cortile assolato e vi trovate all'ingresso di una grande sala dalle colonne altissime, di pietra. Dentro è quasi del tutto buio, ma sull'altare ci sono ciotole di olio accese che emettono una luce tremolante.
Qui l'aria è fresca e l'odore di incenso è mischiato al profumo di fiori freschissimi.

Avanzate e osservate se ci sono delle persone - sacerdotesse - o se siete da sole.

Andate a toccare una delle colonne sentendo la ruvidità della pietra sotto le dita. Aggiungete dettagli e realismo alla scena.

Poi attraversate tutta la sala fino ad arrivare all'ingresso di un piccolo santuario. Contro il muro c'è una grande statua di basalto nero di un gatto seduto: la Sacra Gatta Bastet, porta orecchini d'oro e un collare di pietre dure.

Intorno ci sono incensieri, candele e sacerdotesse che si affaccendano. Ovunque vi sono gatti, alcuni seduti sul pavimento, altri nelle nicchie nelle pareti. L'aria è piena della vibrazione delle loro fusa.
Prendetevi del tempo e vedete se desiderate parlare con le sacerdotesse, se volete avvicinare un gatto o il simulacro della Dea.

Dopo pochi minuti, salutate e lasciate il santuario da un'altra porta. Vi trovate ora in un corridoio con le pareti dipinte. Anche qui non c'è molta luce... ma è possibile vedere dove si sta camminando alla chiarore delle candele.

Il corridoio si apre in una vasta sala, fiancheggiata da colonne. Di fronte a voi, in fondo alla sala, Su un altare in cima a una gradinata c'è un altro simulacro dorato della Dea.
È una donna in grandezza naturale, dalla testa di gatto, che porta un sistro decorato con gattini d'oro. Indossa un abito lungo a guaina e una collana, ma i suoi piedi sono nudi.
La sala risuona di musica vivace, suonata da un gruppo di sacerdotesse con flauti, tamburi e sonagli. Altri sacerdoti e sacerdotesse danzano sinuosamente al ritmo della musica, mischiati a gatti che giocano fra loro e con loro.

Il pavimento è coperto di petali che sprigionano una ricca fragranza. Vi avvicinate ai piedi della statua della dea e la guardate.
Visualizzate che - gradualmente - la statua si sta animando. Gli occhi diventano vivi e - lentamente - il rigido oro si trasforma in un morbido mantello di pelliccia dorata e in pelle vellutata e fresca.
Osservate la dea scendere le scale, leggera e felina, e venire verso di voi mentre vi osserva con i suoi occhi pieni di benevolenza e di pace. Bastet può vede la vostra anima e voi la sua: vi riconoscete.



Festa di Proserpina 22 Novembre

<i>I MISTERI ELEUSINI

Morte è quanto vediamo da svegli;
sogno è quanto vediamo dormendo

Inno a Demetra
Attribuito a Omero

Demetra dalle belle chiome, dea, veneranda, io comincio a cantare,
e con lei la figlia dalle belle caviglie, che Aidoneo rapì;
lo concedeva Zeus dal tuono profondo, che vede lontano,
eludendo Demetra dalla spada d'oro, dea delle splendide messi




Festa di Artemide 23 Novembre

Indiscussa dominatrice di queste immagini è la Luna, il satellite della terra, quell’ammasso terrestre che influenza le maree e non poco l’umanità, composta per l’ottanta per cento di acqua.

La luna, signora della notte, venerata come Artemide, riassume l’archetipo del femminile virgineo, libero, non legato ad un’immagine maschile pur vivendo in una società di tipo patriarcale.
Artemide si aggira nel sangue di tutti noi in attesa delle condizioni ottimali per esprimersi: è una forza, un Ente che quando trova il modo di penetrarci diventa padrone della nostra vita pur di riuscire a portare alla conoscenza di tutti il suo canto.
E se ci opponiamo trova il modo di non darci requie finché non ha spezzato la corazza che ci siamo costruiti con “educazione” e mediazioni all’ambiente circostante: allora ci fa diventare veri e propri amanuensi.

Vi racconterò di come Artemide, è esplosa nella mia vita e quello che mi ha sospinto a creare.
È successo all’improvviso: non avevo mai scritto una poesia, ma la malinconia per la morte di Gustavo Rol, un sensitivo dagli indiscussi poteri mi ha “costretta” a prendere carta e penna.
Forse se non fossi stata “consigliata caldamente” da un amico poeta accreditato non avrei mai pubblicato una raccolta, ma così è successo e la Luna ha avuto modo di scardinare la mia apparenza di scrittrice ecc. facendo emergere il poeta che c’è in me.
Sottolineo che non è detto che bisogna scrivere la Divina Commedia per definirsi tale.
Tutto questo è per consigliare caldamente a tutti di lasciar emergere le potenti forze occulte della Luna, che siano indirizzate a rituali, alla scrittura, alla competizione sportiva.
Nella mia esperienza…

Artemide è l’occulto, il silenzioso, quello che non si vede,
quello che ci sfugge, il magico che popola i sogni infantili…


Ombra e luce di fuoco diffuso
sulla terra a strappare gli sterpi,
a distruggere i roseti aggrappati
sulle mura di pietra di lava,
rifugio segreto agli ultimi mostri
di feroci epopee obliate.
Uno gnomo si affaccia a rubare
la luna dal tuo sogno inquieto,
ma nel gesto si perde e vacilla
nel vuoto del silenzio notturno:
ti risvegli d’incanto e supponi,
sicuro, di tenere nella mani
prezioso il bottino del nano

Artemide è la trasmutazione:
Ho veduto la diafana Luna
specchiarsi su fragili onde,
che il vento solleva leggere.
Ho veduto sparire nel Sole
infuocate ghirlande di fiori,
tempestate di mille colori.
Ho veduto aprirsi la terra
e la linfa scorrere lenta
solenne, amara, silente.
Ho cercato il tuo sguardo,
ho sognato il tuo volto:
ho udito il tuo suono.
Son volata dal piombo nell’oro.

Non lascerò che amore chiuda gli occhi
e Luna chinandosi m’avvolga entro la terra…
Argento, oro diventi!

Fili d’argento
per legare i tuoi sogni
alle fragili foglie
di una solida quercia.
Ma tu, luna crudele,
di chi rubi il respiro
per nutrirti di vita
nell’ordire la trama
di voci nascoste,
per morire a te stessa
e rinascere ancora
più nera del corvo,
più bianca del giglio,
più rossa del drago?

Un raggio di luna
ha sfiorato quel ramo
dove ancora tremava
una foglia ingiallita:
lei, nel tornare alla terra,
ha pregato in silenzio
di serbare memoria
dell’argento raccolto
nella magica notte.

Artemide può diventare la fecondatrice,
quando rispecchiando la luce del sole avvolge la terra:


Dimmi, hai veduto
l’irosa gaggia
destarsi nell’ombra
e scricchiare le membra?
Ha perduto le foglie
e preteso il silenzio,
ma la pallida luna
fondendo l’argento
all’umida zolla
feconda di sogni
anche il ramo
più nero.

È la sorella che ci invita alla scoperta,
alla ricerca della nostra identità:


Nel silenzio del bosco
al lieve frusciare di fronde
un limpido raggio di luna
avvolge la corteccia del ramo.
Un sentiero nascosto
che invita a salire,
che invita a sognare
le speranze più assurde
di un incontro improvviso
con la ninfa occultata
tra le ali del mito.
E il mormorare di foglie
sospeso nella notte
ripete lievi promesse,
eterni giuramenti,
speranze vane,
fragili certezze.

Non sarà il destino
a velare lo sguardo
dove il chiarore lunare
illumina il cammino.

Artemide è la divinità che invochiamo
per lenire il nostro dolore…


Hai reso argenteo il mio cammino
senza donarmi frecce né faretra,
cani latranti o manto che protegga.
Hai messo fuoco dentro le mie vene,
hai acceso di sangue il purpureo canto;
ma solo l’ombra mi hai centellinato
d’armi e di eroi in sogni crepitanti.

nella delusione…

Hai veduto tremare
luna rossa sull’acqua:
illusione di onde
nel ritmico battito
di un pensiero che torna.
Resto solo nel sogno
un ricordo deluso,
senza scogli rugosi
tra le alghe silenti.
Resti solo nel sogno
un guerriero caduto
senza spada da porre
al servizio divino.

nella disperazione per la perdita dell’amata…

Stanotte lo spirito mio se n'è andato
dal corpo ferito e dissolto
e un canto d'amore mai detto
tra alghe e coralli s'è perso.
Ho veduto ghirlande di luna
posarsi sul mare
e sirene farsi d'argento
lungo la scia.
Mille volti col corpo di pesce
intonare funebri canti
su quell'onda
che il vento frantuma
lungo il bordo di ruvidi scogli.
Ho inseguito
nei tuoi occhi incantati
il riflesso
dei miei sogni perduti.
Stanotte ho veduto la luna
posare ghirlande di luci
e sirene donarti la vita.

Artemide un’immagine in realtà quaternaria:

Magikelune

Luna crescente (vergine e guerriera)
Dea dai candidi veli intrisi d’argento,
tu percorri la via seguita dai cani
che latrano al buio, mansueti al tuo fianco;
tu hai chiesto alle stelle di danzare sul corpo
di donna che nasce al nuovo cammino;
tu sei la vista, l’udito e il profumo
di chi teme in silenzio l’eterno abbandono.
Se risuoni di luce consacrando la donna,
proteggi con l’arco le fluttuanti emozioni
di chi vuole sognare nel riflesso d’argento
oltre il volto specchiato, un eroe senza tempo.

Luna piena (madre, guaritrice)
Radiosa e possente nel semplice soffio
di stato divino: hai colto la luce,
tenuto la fiamma di un padre solenne;
così tu sei madre e aiuti chi soffre,
mutando la forma del karma passato.

Luna calante (saggia, maga)
La saggezza è il tuo sangue la magia è dentro il cuore
dove l’aquila ha posto il suggello del giusto;
dove il puma ha lasciato i suoi cuccioli in salvo;
dove l’orsa ha veduto la sostanza del miele;
dove il corvo ha gracchiato la visione futura.

Luna nuova (creatrice, distruttrice)
Hai creato e distrutto sempre nuovi sentieri
per sfuggire alla vita per rinascere ancora
più nera di vuoto, più rossa di rabbia,
più bianca di sale.

“Strega” mi hai detto e io non ho fiatato.
“Strega sovrana di ogni suo pensiero”
è stato scritto da quel silenzio semi imbarazzato.
Sì, son io la Diana che sfugge al compromesso
di gesti inutili, d’inutili tenzoni.
Sì, son io la maga con tutti i miei colori
dal rosso al viola colmi d’emozione.
Sì, son io la madre dal grembo sempre aperto
che guarda e vede oltre la stupida menzogna.
Sì, son io la negra furia cieca
che uccide, che dilania per spingere alla luce
la nuova creatura.
Strega? Sì, può darsi, ma libera e regina.

Ma c’è un’altra particolarità di Artemide:
a lei si rivolgevano le partorienti per alleviare
i dolori e favorire le nascite.


Una stella
ha sorriso alla luna
nascondendo
la sua luce arrossata
dai bagliori
dentro il cielo cobalto.
Sei disceso
sulla scia colorata
richiamato
da una nenia suadente
al chiarore
di una fiamma struggente:
hai donato
la ghirlanda d’amore
a noi soli
naufragati e incantati
nel giardino dei pensieri perduti.

Abbastanza probabile che sia lei, la Luna
a far emergere i ricordi di vite passate...


Tamburi nel vento,
richiamo profondo
di rituali vissuti
in età senza pace.
Voci stanche e lontane
che conoscono i segni
degli antichi misteri
che salutano l’alba
e al tramonto il rimpianto
di quel tenero suono
che è la nenia silente
di una terra avvilita.

Non ci saranno più canti suoni o danze
quando le nozze d’Amore e Psiche
avranno reso ogni donna ebbra
di vita umana e di divino sogno:
ma allora, soltanto allora, sarai tu,
forse sarò io nel mio sepolcro,
a volgere lo sguardo nel futuro e
dal passato ancora un ricordare:
il grido di pietà agli dei levato
sarà promessa, debito o volere
per noi, per noi soltanto, al ritornare.

Un ultimo tizzone: il fuoco è acceso.
Ma prima che la brace incenerisca
ricorda questo amore e la passione
che divorando il corpo ha reso fuoco
e sogno il mio e il tuo amare.
Un soffio? Rinasceremo ancora, forse.


Nella Cabala la Luna è rappresentata in Jesod,
il fondamento, dove si riflette Malkut, il regno.


Corallo e alghe tra i capelli rossi
sorriso dolce di una rosa tea
incanto di Nettuno tra le onde,
piccola sirena, tu rinascerai.
Carne di mia carne e di mio sangue
strega tra le streghe bene accolta
allo sguardo di allegrezza pieno
risponderai con l’occhio attento
ricordando di ogni vita il sogno,
di madre in figlia unico dono,
tenderai la mano a pugno chiuso
e l’aprirai schiudendo il fato.

Fiamme e folgori,
cielo d’autunno,
mare ubriaco:
ho lasciato gli abissi
ho perduto lo scoglio
ho voluto vedere
attraverso i suoi occhi
realtà senza fine.
A sorelle sirene
posso solo gridare
con la voce ormai muta
e l’udito confuso:
Non cantate l’amore
non suonate le note
per chiunque vi appaia
dall’umano destino.
Dove Luna dipinge
i colori sfocati
il Sole divampa,
lascia solo detriti.

Leggera è comparsa la Morte:
ha sorriso pensosa guardando i tuoi occhi
ascoltando i tuoi sogni.
Ha levato la mano, ha dischiuso le dita
e lasciato che ancora sorridessi a te stesso.
La Morte e la Luna hanno vita da dare
hanno giochi da fare: nella parte più bruna
rispecchiano frasi confuse, d’amore;
nella faccia più chiara è raccolta la storia
di tutta una vita all’insegna del credo,
del voglio sapere.
Se volessi ubbidire alla legge che muove
i tuoi passi sicuri nel sentiero che sale
tu dovresti lasciare ogni vecchia illusione
e cercare di amare oltre il mero apparire.




Festa di Sekhmet 26 Novembre

Una delle dee nutrici e protettrici dell'allattamento, signora della medicina e delle battaglie, originaria della citta' di Memphis, spesso raffigurata con corpo di donna e testa di leonessa.
Sekmet significa “la Potente”, e ha nel suo nome la stessa radice dello scettro reale Sekhem. Un altro titolo egiziano per Sekhmet è Nesert, la fiamma.

Sekhmet appartiene alla triade di Menfi: Ptah/Sekhmet/Nefertum, dove Ptah è il creatore delle cose buone (la formazione e la composizione), Sekhmet è la distruttrice delle cose cattive (la dissociazione e la scomposizione), Nefertum è la riaffermazione, la ricostruzione di ciò che è buono (la reintegrazione, la riedificazione, la ricomposizione).

Sekhmet è la distruzione di ciò che non può durare, che non ha stabilità. In questo senso è il Tempo, che divora tutto quanto gli appartiene.

Secondo il mito, Ra, il dio sole, deluso del comportamento del genere umano, mandò Sekhmet, il suo occhio divino, a impartire una punizione agli umani ma la Dea, una volta iniziato, continuò a distruggere gli uomini senza che nessuno potesse fermarla. Allora Ra, mosso a compassione, fece inondare i campi di birra mescolata con una sostanza rossa che le dava la sembianza di sangue; Sekhmet, assetata di sangue, bevve, si addormentò e cessò di distruggere il genere umano...

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In Egitto, Sekhmet era onorata come dea della guerra, associata al potere distruttivo del Sole, all'occhio solare che brucia e giudica. Avversaria spietata sul campo di battaglia, Sekhmet incarnava la forza e il coraggio della leonessa.
Tuttavia, non era vista solo come icona di guerra ed occhio vendicativo del dio del Sole: i sacerdoti erano soliti praticare in suo nome un genere di magia simpatica per guarire le infezioni e le malattie. In questo ruolo, Sekhmet era conosciuta come “la Signora di Vita”, dea della medicina, con potere di dispensare o scongiurare le malattie, e molti dei suoi sacerdoti erano medici.
Per arginare le pestilenze si effettuavano, invocandola, rituali su grande scala in tutto il paese. Durante il regno di Amenhotep III, sono state scolpite centinaia di grandi statue di Sekhmet, forse in occasione della sconfitta di una peste particolarmente virulenta.

Sekhmet sembra essere stata una divinità assai complessa: per i faraoni era un simbolo della loro riuscita in battaglia, della loro prodezza, ma era anche adorata come madre delicata e protettiva, dea dell’allattamento (è nota un'associazione Sekhmet-Hathor).
Nel Libro dei Morti Sekhmet ha un ruolo importante durante il giudizio della probità dell’anima in esame.

Sekhmet è connessa con la potenza solare che, attraversando la spina dorsale, Djed, porta l’illuminazione.

Al giorno d'oggi, molte donne considerano Sekhmet come fonte di resistenza, indipendenza e affermazione, quando hanno la necessità di aumentare o infondere in sé questi attributi.
In molti sensi Sekhmet si è trasformata nel simbolo della donna moderna: è ancora molto importante come dea della medicina, portatrice di giustizia e come guardiana o protettrice, ma l'enfasi si è spostata sui suoi aspetti più attuali.

Devozione alla leonessa: dea di collera e AFFERMAZIONE DI SÈ


Brucio e fumo e lancio coltelli dai miei occhi e ruggisco
(benchè tiriate la mia coda),
i miei aspetti sono taglienti ed ho graffiato in profondità,
la mia energia è forte e feroce,
ed il mio fastidio ha necessità di essere espresso.
Benché a volte delicata, io posso essere molto intensa.
Una volta risvegliata sono difficile da escludere:
sono sempre appropriata, sempre necessaria.
Non provare ad eliminarmi,
devo essere sentita... riconosciuta:
sono Leonessa.


La Leonessa salta nella nostra vita, per liberare i nostri istinti primari in maniera positiva e, in quest’ottica, per aiutarci ad affrontare la collera, nostra ed altrui.

La collera, vostra o di qualcun altro vi rende la vita difficile?
Disprezzate la vostra rabbia perché vi hanno insegnato che è disdicevole?
Oppure la rabbia che esprimete è eccessiva, troppo fuori controllo?
Inversamente, avete così tanto represso la collera e ve ne siete così tanto distaccate che ora non siete più in grado di esprimerla?
Magari vi sentite "costrette" nei ruoli sociali attribuiti alla donna?
Qualcuno vi sfrutta o non vi rispetta?
Siete in una situazione di “gabbia”, reale o interiore?
Siete stanche della responsabilità?
Avete un compagno che è - o fa - il leone?
Avete un branco di “cuccioli dipendenti” nella grotta?

La leonessa Nyavirezi ci racconta che la nostra aggressività fa parte della nostra struttura di donne. Ci chiede di non rigettarla ma di imparare a esprimerla in senso misurato ed efficace, comunicandola in modo che non possa essere ignorata, ma senza che diventi devastante.
Impariamo a convogliare i nostri segnali di collera interiore in comunicazione ed espressione; trasmettiamo agli altri la spiegazione del nostro malessere, mettiamo dei paletti alle aggressioni quotidiane, alle mancanze di rispetto, allo sfruttamento.
Il nostro percorso vitale sarà più sereno quando non ci faremo “pestare la coda”, utilizzando la rabbia come nostro alleato che ci avverte.
Ogni giorno ricostruiamo la nostra riserva di energia vitale che ci serve per nutrire e sostenere il branco. E’ una grande fatica e una responsabilità e, quando il branco se ne approfitta o siamo stanche, abbiamo il diritto di ruggire e segnalare che non siamo inesauribili!!!


E comunque, dovremmo avere più spesso il diritto di correre libere e ruggire sotto le stelle della savana, esprimendo la solare, calda, potente, flessuosa, attenta, responsabile e fiera leonessa che è in noi

Il rito della Leonessa

Suono di tamburi tribali. Notte calda, stelle, luna piena oppure, all’inverso, solleone e arsura.
Cercate assolutamente di essere all’aria aperta, ci deve essere spazio: bene un prato, un campo. Se proprio non potete trovare un posto all’aperto, ripiegate su una stanza abbastanza grande e sgombera, per potervi muovere.
Scegliete con cura la musica, un ritmo africano, in crescendo e animato, meglio se suonato dal vivo. Scegliete il brano con cura. È bene accendere un fuoco o almeno una candela.

Invocate Nyavirezi, chiamandola dalla direzione del Sud, del Fuoco.

Si comincia con la posizione del felino addormentato, sdraiatevi a terra su un fianco e quando comincia la musica iniziate con stiramenti, strusciamenti contro un tronco, una roccia (l’angolo del divano), sbadigli… la coda è già spuntata… si muove piano, flessuosa. Con fluidità di movimenti vi sollevate bocconi, mani e ginocchia in terra, stirate le zampe anteriori, una per una, poi le posteriori, all’indietro. Inginocchiate a quattro zampe, sul ritmo del tamburo inarcate e flettete la schiena, uno, due, uno due… fin quando il ritmo entra nella pelle.

In piedi ora: recuperate le vostre vere gambe di donna ma mantenete la coda e le zampe anteriori e la testa leonina.
Il tamburo incalza, lasciatevi andare, muovete i fianchi, graffiate, ruggite. Gli occhi sono felini e magnetici, il corpo è forte e orgoglioso, la mente veloce.

Se siete sole è ora di andare a caccia.
Date forma ai vostri desideri e alle vostre necessità, vedeteli come prede sparse nella savana. Piano, in silenzio, avvicinatevi sottovento. La preda è lì per voi, vi spetta di diritto, siete la regina: avete facoltà di prendere ciò che veramente vi occorre. Scattate in velocità, correte lunghi passi raccogliendo e distendendo le zampe, balzate con precisione, afferrate strettamente… godete la vittoria!

Se invece c’è con voi un compagno che ha voglia di fare il leone (forse meglio in questo caso stare al chiuso!), iniziate la danza d’amore, mordete, arretrate, balzate di fianco, scartate, offritevi e negatevi… è la leonessa che conduce il gioco sottile.
Decide lei come andrà a finire…

Potete continuare il gioco in molte situazioni: con le amiche formando un branco solidale che danza e caccia in allegria, con i vostri figli-cuccioli rotolandovi con loro sul lettone o in spiaggia, vestendo una istantanea pelle di leonessa quando il vostro capufficio vi sta umiliando (non occorre rispondergli, se siete connesse con la Dea, basterà inviargli un felino sguardo di ammonimento), oppure quando vi viene alle labbra un sonoro “mavaffàn…” e invece lo trasformate in un vero ruggito di avvertimento, quando vi annoiate a fare la spesa nel megacentro commerciale e il fustino per la lavatrice al prezzo migliore diventa una preda da stanare.
L’importante è “sentirsi” nella pelle della leonessa, fare appello alla propria regalità, alla propria determinazione, al proprio potere interiore.
Dopo non sarà difficile, con le parole o senza, chiedere di essere considerata Leonessa anche da quelli che vi amano.
Con rispetto.

Fonti: I Giardini Incantati Devon Scott
www.ilcalderonemagico.it
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